martedì 24 febbraio 2015

Per fortuna è notte






Per fortuna è notte e passerà.
Tornerà il mattino con la maschera che si indossa per il mondo.
Ma adesso è notte e nessuno vede,
mentre il cuore sistema tutto quello che la ragione ha confuso.


venerdì 20 febbraio 2015

Muscle Shoals

Muscle shoals, Alabama. Negli anni sessanta, da quelle parti, di pelle nera si moriva. Se un negro entrava in un cinema, un teatro o anche un bagno pubblico, e non si dirigeva verso il cartello “coloured”, rischiava di non poter uscire più sulle sue gambe. Nei bar i banconi erano divisi in due zone, quella dei bianchi e l’altra dove si potevano sedere, per poco tempo, le persone di colore. Per andare a scuola i bambini bianchi dovevano prendere autobus separati e non mescolarsi con quella gente che, nell’opinione dei loro genitori, doveva rimanere segregata e sottomessa. Se qualche giovane ribelle di colore avesse avuto l’ardire di rivolgersi ad una ragazza bianca, per non dire prendere qualche confidenza con lei, era certo di trovarsi una croce incendiata nel giardino di casa e, se avesse insistito, era pronta una pattuglia di uomini incappucciati di bianco con corda e nodi scorsoi. Il Ku Klux Klan: dei buontemponi che linciavano i negri se non rimanevano al loro posto e si facevano fotografare sotto l’impiccato penzolante come cacciatori che si vantano della loro preda. Questo era il clima nel sud degli States una cinquantina d’anni fa, anche se è difficile crederlo per i più giovani ormai abituati al melting pot cosmopolita.
In corrispondenza di un incrocio della strada statale che unisce le Shoals, e più precisamente in località Muscle, un personaggio che, nello spirito imprenditoriale del self made man americano, univa la capacità dell’impresario con il gusto dell’arrangiatore musicale ed il fiuto del talent scout, aprì un piccolo studio di registrazione insieme a musicisti suoi amici. Avevano due caratteristiche in comune: erano tutti molto bravi e molto bianchi. I Fame Studios, con il patron Rick Hall, divennero presto noti nell’ambiente ed una cantante di colore, che a venticinque anni aveva già pubblicato qualche album ma senza particolare successo, ebbe l’idea di recarsi in quel posto sperduto per fare delle prove per il suo nuovo disco. Nel 1967 Aretha Franklin, con l’accompagnamento di musicisti bianchi, registrò “I Never Loved A Man” che ebbe un successo clamoroso e la lanciò tra le maggiori interpreti R&B, fino a diventare la regina del soul. Dopo di lei, si sono disturbati a raggiungere l’Alabama artisti come Wilson Pickett, Etta James, Otis Redding e poi i Rolling Stones, Alicia Keys e moltissimi altri che, in quel gruppo di professionisti, hanno trovato un sound che le majors discografiche non sono mai riuscite ad uguagliare. Molti non sanno che, ad accompagnare la storia della musica nera c’è stata anche una parte importante di esecutori bianchi.
La cosa notevole in questa storia non è tanto la nascita e l’affermazione di un piccolo studio di registrazione in contrapposizione con la grande potenza economica e di mercato delle multinazionali del settore, quanto la dimostrazione di una verità incontrovertibile: la forza della musica è universale. Il colore della pelle, la cultura, la provenienza, il censo niente ha più importanza quando si abbandona il cervello per dare ascolto all’anima. C’è qualcosa che unisce tutti gli esseri viventi e si rivela tramite linguaggi che non hanno bisogno di parole. Forse “L’armonia del Creato” non è soltanto una locuzione descrittiva, ma la definizione di quello che tutto il creato ha in comune: l’armonia che si manifesta nella musica.
C’era un bambino che, all’età di due o tre anni, quando i genitori gli cantavano “Fascination”, piangeva calde lacrime senza sapere il perché, forse era il suo piccolo cuore che vibrava all’unisono con l’Universo.    


domenica 15 febbraio 2015

Viva la Rivoluzione!

Alcuni dicono che si trovi nel Dorset, altri che occupi una vasta area nelle Highlands, qualcuno afferma addirittura che sia installato su tutta un’isola delle Shetland. Una cosa è certa: il grande orecchio ci ascolta. I più informati lo chiamano Echolon e sono sicuri che, dalla fine della seconda guerra mondiale, tiene sotto controllo tutte le comunicazioni, prima via radio ed oggi anche via web. Sembra che nulla sfugga agli attenti analisti che, usando sofisticatissimi algoritmi, colgono parole o conversazioni cercando indizi sovversivi o sospetti di terrorismo. Certamente deve essere un’installazione mastodontica, modernissima e costosissima, anche se potrebbe essere giustificato qualche dubbio sulla sua efficienza visto che, negli anni, si sono purtroppo ripetute azioni criminali di ogni genere, cogliendo alla sprovvista i servizi di sicurezza delle varie nazioni. Ma Pietro non si fidava. E’ vero che tante volte non c’era stata prevenzione, ma come si fa a sapere, invece, quello che era stato sventato grazie al lavoro di intercettazione? E poi, anche se qualche pesce era sfuggito dalla maglia, chissà quanti altri pesci, gradi o piccoli, ne erano rimasti impigliati senza neanche rendersene conto. Cosa nascondeva il giornalista in pensione? Pietro Sandulli era stato per quarant’anni editorialista de “L’Unità”, con un impegno direttamente proporzionale all’ortodossia marxista della testata. Quanto più il foglio si allontanava dal solco gramsciano, seguendo le direttive della direzione del partito, tanto più lui si disamorava, e gli ultimi tempi, prima di andarsene, si era ridotto a buttare giù articoletti che non avrebbero sfigurato su “L’Avvenire” o su “Famiglia Cristiana”. Adesso era finalmente pensionato ed occupava il suo tempo nel curare, con gran soddisfazione, il piccolo campo intorno alla cascina in Toscana dove si rifugiava appena possibile. Nel grande annesso aveva anche ricavato un garage attrezzatissimo, dove faceva rinascere vecchie automobili e motociclette che, comprate per pochi soldi, a volte rivendeva agli amici. Ma il suo impegno principale consisteva nello scrivere un libro/denuncia nel quale rimediare a quella che riteneva una scandalosa mancanza ed una pagina oscura nelle vicende italiane del XX secolo: rivelare la “Vera Storia Del P.C.I.” Era pronto a dare la sua testimonianza sulle vicende del Partito viste dall’interno, togliendosi qualche sassolino dalle scarpe, ma soprattutto dicendo, finalmente in maniera esplicita, quello che, per decenni, si era dovuto tacere. L’opera si presentava impegnativa. Aveva cominciato dal ’21 e da quando Nenni…., per poi dimostrare chiaramente chi avesse tradito Gramsci facendolo sbattere in galera. Ancora, nella scaletta, c’era l’Internazionale e tutto, o buona parte, del faldone chiuso a Botteghe Oscure sotto l’etichetta “PCUS e PCI / dare – avere”. Insomma, roba che scottava, anche se Pietro temeva sarebbe caduta nella qualunquistica indifferenza dei nostri tempi; però lui lo doveva alla Storia (con la “S” maiuscola). Non era solo in questa impresa. Era rimasto in contatto con vecchi compagni, all’epoca quadri del partito o semplici attivisti ormai tutti oltre i settant’anni, che seppure lontani geograficamente, si incontravano regolarmente. Le conversazioni riguardavano antichi ricordi o considerazioni politiche sull’attualità, ma qualche spirito più acceso non aveva rinunciato alla vecchia idea dell’insurrezione per la vittoria della dittatura del proletariato, anche se questa tesi propugnata tra un sibilo di dentiera e l’altro, perdeva un po’ di credibilità. Erano loro che aiutavano Pietro nella ricostruzione degli avvenimenti passati facendo, senza alcuna remora o prudenza, nomi e cognomi anche di personaggi ancora sulla scena politica, addirittura in posti di massima responsabilità. Il modo più semplice per riunirsi era in video conferenza tramite Skype, che un ex impiegato al Centralino del Ministero degli Interni, spacciandosi per esperto informatico, aveva spiegato e fatto installare a tutti gli amici. Ed ecco che incombe Echolon. I compagni sapevano che non potevano parlare tranquillamente a causa dell’” orecchione” in ascolto, e per questo avevano installato password, firewalls e criptature varie nell’illusione di confonderlo. Inoltre, per mantenere l’anonimato, avevano deciso di darsi dei soprannomi che nascondessero l’identità mantenendo un clima di cospirazione bolscevica.
Nikita (Luigi da Ancona) - “Ciao Leonida come stai? – passo”
Leonida (Giuseppe da Sasso Marconi) - “Nikita, quante volte te lo devo dire che non c’è bisogno di dire passo: siamo in collegamento”
Nikita - “Scusa – p…- “
Intervenne Pietro (Lenin, come nome d’arte) cercando di fare una conta dei presenti on line.
Lenin – “Trotsky…Molotov…Stakanov…Josef…Yuri…Andropov…Gromyko…”
Dopo ogni nome, Lenin, ovvero Pietro, faceva una piccola pausa per ricevere un saluto dal nominato o per registrarne l’assenza.
Lenin – “Bene, compagni. Oggi parliamo di questo schifo di situazione politica che sta vivendo la classe operaia del nostro Paese. Che ne pensate, e come immaginate avrebbe reagito il Politburo dell’URSS allo sfascio delle nostre istituzioni? Molotov, cominciamo da te.”
Molotov – “Ci sarebbe un solo rimedio: buttare una bomba nel Parlamento e lasciare bruciare tutto, parlamentari compresi! Prendere la Boldrini e portarla in Siberia o, alla peggio, a Canazei, comunque in un posto dove viva tra i ghiacci perenni. Poi acchiappare il primo metalmeccanico che passa e nominarlo Capo dello Stato, tanto peggio di questi non farebbe.”
Lenin – “A parte che né in Siberia né, tantomeno, a Canazei ci sono i ghiacci perenni, comunque mi sembra un’opzione un po’ radicale. Stakanov?”
Stakanov – “L’unica soluzione è lavorare tutti e di più. Giornate lavorative di diciotto ore per sette giorni la settimana, senza diritto di ferie. Vedreste voi come ripartirebbe il PIL!”
Lenin – “Non credo sarebbe una scelta molto popolare. Trotsky?”
Trotsky – “A parte il mal di testa che mi martella da stamattina, vorrei dire che sono contrario a tutte queste soluzioni.”
E via dicendo. Ognuno esprimeva la propria ricetta per i mali dell’Italia con sottintesa, o affermata esplicitamente, sempre la Rivoluzione ed il sovvertimento dello stato borghese plutocratico e massone. Se Echolon fosse stato in ascolto, avrebbe goduto. Finché, un giorno, arrivò a Pietro una raccomandata da Parte della Questura di Roma con l’avviso di una convocazione per la settimana successiva per “comunicazioni che la riguardano”. Il giornalista ebbe un attacco di tachicardia. “Ecco qua: lo sapevo. Dai a parlare su internet di bombe, sommosse popolari, bagni di sangue e quant’altro. E poi, il Capo dello Stato, Il presidente di qua, il generale di là, il funzionario e l’onorevole. C’hanno intercettato e adesso chissà cosa credono. Se a Valpreda hanno rovinato la vita, prima accusandolo e poi assolvendolo per la strage di piazza Fontana, solo perché era anarchico, noi che ci dichiariamo esplicitamente rivoluzionari, quanto meno…Guantanamo! Doveva avvisare i compagni.
Lenin – “Compagni, è successa una cosa grave. Mi ha convocato la Digos (?) per sottopormi ad interrogatorio. Ho paura che abbiano scoperto la nostra cellula.”
Molotov – “Bene! – sluscch…- scusate, la dentiera. Bene, dicevo, hanno capito la nostra pericolosità. Adesso tiriamo fuori le baionette ed andiamo all’assalto delle caserme al grido di “sangue e budella fanno la patria bella!!!” Embè!
Stackanov – “Dovessi stare in trincea ventiquattr’ore su ventiquattro, sono pronto a circondare Palazzo Chigi insieme a voi quattro!”
Gromyko – “Adesso che ci hanno preso sul serio, dobbiamo trattare diplomaticamente. Chissà se c’è ancora Kissinger da interpellare?”
La Banda dei Reduci dell’Armata Rossa era molto più lusingata che spaventata dall’idea di essere stata scoperta e già vedeva i volti dei componenti sulle copertine dell’Espresso o di Panorama, se non di Libération o di Le Monde, sotto titoli inneggianti all’ultima sacca di resistenza allo strapotere capitalista.
Gromyko – “Vai avanti, Lenin. Senza paura. E se poi ti dovessero fucilare nel cortile di San Vitale, vivresti per sempre in compagnia degli Eroi caduti a Stalingrado.”
Pietro non fu tanto incoraggiato dalle parole degli amici e la mattina della convocazione si avvicinò agli uffici di Polizia con un’ansia spropositata rispetto alla gravità delle sue azioni. Si aspettava di essere trattenuto a lungo, ma fu rimandato a casa dopo appena un’oretta trascorsa tra sala d’aspetto e colloquio con l’Ispettore. Appena tornato a casa convocò una video conferenza con i compagni per renderli edotti dell’esito dell’interrogatorio.
Lenin – “Ci siamo tutti?”
Molotov – “Si compagno. Cosa hai dovuto subire? Ti hanno fatto il terzo grado, il lavaggio del cervello…racconta!”
Lenin – “Veramente…
Trotsky – “Compagno, non essere reticente. Dillo chiaramente che ci hanno scoperto e che sta per scattare un’operazione su vasta scala per bloccare ogni nostra attività. “
Lenin – “In realtà…”
Gromyko – “Basta. E’ chiaro che diamo fastidio al Sistema e lo Stato borghese cerca di toglierci di mezzo. Ma non ci riusciranno!”
A questa esclamazione, tutti i compagni in collegamento esplosero in urla di guerra, esaltati e pronti al martirio. Pietro capì che il fatto di supporre che la Polizia si interessasse alla loro attività, era fonte di grande orgoglio per i vecchietti che, in tale maniera, riuscivano a sentirsi ancora vivi, tenuti in considerazione, e stimati, seppure in negativo. Non ebbe cuore di dire loro che era stato convocato dall’Ufficio Stranieri della Questura per informazioni riguardanti la sua colf di Capo Verde. Se l’avesse fatto, avrebbe tolto tutto il pathos dei loro collegamenti semiclandestini ed il divertimento nel sentirsi ancora dei ribelli che il sistema avrebbe dovuto temere. Se nessuno li prendeva in considerazione, tutti i loro discorsi sarebbero stati solo chiacchere tra anziani, e nient’altro. Così, Pietro assunse un’aria torva e provata, come fosse di ritorno dritto dritto da un interrogatorio con la CIA, il SISDE ed il MOSSAD messi insieme.
Lenin – “Compagni, amici, fratelli! Frangar non flectar. Echolon ci ha ascoltato, e con lui i capi dei servizi segreti della NATO. Hanno registrato le nostre analisi e, pur non condividendone le conclusioni, hanno apprezzato il nostro coraggio e la nostra onestà intellettuale. Saremo sempre avversari, ma la nostra cellula dovrà rimanere viva e combattiva come voce della coscienza critica del capitalismo. Mi hanno lasciato andare, affermando che, seppur nemici, ci stimano e rispettano. Ma, da oggi in poi, compagni, quando ci incontreremo, dovremo stare ancora più attenti, e magari provare qualche travestimento.”
Il gruppo si sciolse contento e soddisfatto, come da tempo non lo era.






giovedì 5 febbraio 2015

Il tondo ed il quadrato

Chi nasce quadrato, non può morire rotondo. Vero, ma non troppo. Gli spigoli della giovinezza vengono attutiti dal passare degli anni. Nel tempo, quello che sembrava solo bianco o nero comincia a sfumare nel grigio, e le ferree convinzioni diventano più malleabili. Sono anche gli urti e gli inciampi che si trovano sul cammino a smussare gli angoli, e gli incendiari diventano pompieri. Essendo quadrati si hanno delle diagonali precise ed uguali, facilmente calcolabili, anche l’area che si occupa nel mondo è facilmente definibile. Per i cerchi, che tendono a diventare sferici, la cosa è un po’ più complicata e misteriosa. A partire da quel π greco, con relativo strascico, che non si capisce se trae ispirazione dalla filosofia, dall’ouzo o dal sirtaki. Il quadrato è sfacciato: si pone di fronte senza infingimenti, pronto a farsi scomporre in triangoli e rettangoli, disposto a riprodursi in tanti altri quadratini con l’aiuto di poche semplici linee rette. Attivo, propositivo, definito e sicuro di sé. Col tondo si può parlare. Lo si può prendere da molti versi e lui si presenterà sempre simile e disponibile. Gli si può inscrivere qualcosa, e lui lo conterrà senza discutere, ma manterrà sempre la propria unità. Quindi è più comprensivo e amichevole. Si può dividere solo in semisfere, ma non vale la pena di farlo tanto non servono a niente. Può, nelle sue forme solide, rotolare, essere preso a calci, diventare fonte di divertimento o, se colorato con i continenti, di istruzione. Il quadrato, no; non è ludico e non rappresenta alto che se stesso. Ma sono entrambi utili se, come diceva Jung, rappresentando il cielo come il cerchio e la terra come il quadrato, la fusione dei due diventa l’archetipo della totalità. Infine, il quadrato è la giovinezza, con la sua onestà, le certezze e le asperità, mentre il tondo rappresenta la maturità, riflessiva o dubbiosa, placidamente capace di non opporsi al volere del fato. Il quadrato ha anche una possibilità: può scegliere di non ovalizzarsi. Al cerchio, spesso, non rimane che il rimpianto di qualche spigolo perduto. 

lunedì 2 febbraio 2015

"The twenty-seven"

Probabilmente durante la lettura di questo contributo qualcuno si metterà le mani in posti indicibili scatenandosi in gesti apotropaici, ma ciascuno è libero nelle proprie scelte. Mi rivolgo soprattutto a quei giovani artisti in crisi che, disposti a pagare un prezzo molto alto, vogliono raggiungere un successo rapido ed imperituro.  Ho conosciuto un’agenzia americana specializzata che nacque negli anni sessanta occupandosi di attori cinematografici. Il suo primo cliente fu James Dean che, vedendo la propria carriera arenata dopo solo un film di successo, si rivolse a loro per raggiungere la fama. L’agenzia organizzò l’incidente nel quale l’attore perse la vita sfracellandosi con la sua Porsche, e il mandato fu compiuto. Poi si occuparono di Marylin che era avviata decisamente verso il viale del tramonto. Un genio del marketing le fece avere un flirt con l’allora Presidente degli Stati Uniti e, di conseguenza, la convinse ad un suicidio per amore. Altro successo nel rendere un’attricetta come tante, una stella di Hollywood. Dopo il cinema, l’agenzia si specializzò in campo musicale. Fecero un accurato studio ed individuarono un’età precisa nella quale l’artista sarebbe dovuto scomparire. Non doveva essere né troppo presto, per avere il tempo di farsi conoscere, né troppo tardi per non stancare l’audience. Individuarono questo limite in 27 anni, ed è per questo che l’agenzia si chiama “The twenty-seven”. Fra i clienti più noti ricordiamo Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Brian Jones, Kurt Cobain e molti altri che morendo tutti a quell’età, sopratutto per droga come andava di moda al momento, hanno ascritto il loro nome nella storia del rock. Per chi fosse interessato, tenga presente che per richiedere i servizi dell’agenzia bisogna avere dei requisiti minimi. Prima cosa, ovviamente, l’età giusta; sono esclusi gli over, per i quali non c’è altro che la rottamazione. Poi bisogna aver avuto almeno un brano nei top ten di billboard o aver partecipato alla finale di un Talent Show proponendo l’interpretazione di un inedito. Per i clienti italiani si richiede di aver vinto un San Remo oppure un X Factor o, alle bruttissime, di essere stati fra i ragazzi di “Amici di Maria” (De Filippi). Se ci sono i presupposti, l’agenzia studia con il cliente come arrivare ad avere la massima visibilità possibile sui mass media e, all’apice della notorietà, la maniera di uscire traumaticamente di scena, lasciando rimpianti e commozione tra i fans. Visti i precedenti, “the 27” è sicura che la prematura scomparsa dell’artista gli conferirà un fascino tale da esaltarne le passate, anche mediocri, qualità ed oscurare le eventuali possibili defaillance di una carriera insoddisfacente. Chi si volesse mettere in contatto,  può rivolgersi direttamente a me, che poi inoltrerò il nominativo. Altrimenti può provare a recarsi di persona al 666 di Hell’s Road, Los (lost) Angeles, chiedendo del titolare mr. Devil. Attenzione: dopo aver firmato il contratto, per qualsiasi motivo o ripensamento, non accettano reclami postumi.