giovedì 22 febbraio 2018

Le parole non dette

Le parole non dette rimangono nell’aria per sempre. C’è tempo, si dice, domani lo farò, o quando uscirà il sole, magari sulla riva del mare. E i giorni passano, mentre il momento giusto non arriva mai. Però lo dovrebbe capire, si pensa, se ne dovrebbe accorgere, lo dovrebbe percepire senza bisogno di parlarne. E’ con lo sguardo che si chiede, s’implora una carezza o solo qualcosa che faccia sentire meno soli. Ma quanto costa la fatica di spalancare la propria anima? E’ un malinteso e vile pudore che frena gli slanci, quasi che togliersi lo stupido paravento che vela il cuore fosse come buttare a terra la corazza che protegge dai colpi inferti dalla vita. Invece avere il coraggio di dire apertamente quelle parole di cui spesso si ride, darebbe forza a chi le pronuncia e per chi le ascolta. Ci si potrebbe illudere di non essere come le nuvole nel cielo che uno sbuffo di vento trasporta lontano, ma simili a scogli rugosi capaci di resistere agli schiaffi del mare che urla intorno. Fino a quando ci si accorgerà che ormai si hanno più ricordi che sogni, forse più rimpianti che speranze, e che la maggior parte delle cose per le quali si è combattuto in realtà ha poco valore. E s’incroceranno quegli occhi che dicono: sono qui. Allora, per non arrivare troppo tardi, si dovrà ridere, piangere, parlare a lungo, stringersi le mani e odorare i capelli. Poi raccontarsi di quella volta e di come si è sofferto, di tutte le occasioni in cui abbiamo pensato e di come siamo stati stupidi a voltarci da un’altra parte. Dichiarare, quindi, dichiarare non solo di esserci fisicamente, ma anche quello che tutte le parole sdolcinate delle canzoni, tutti i versi poetici, ogni pennellata di artista non basterà mai a raccontare.

Però stasera è tardi, domani è pieno di impegni e tu già dormi. Ne parleremo, appena avremo tempo. Appena avremo tempo.    

venerdì 16 febbraio 2018

La vincita



-San Gennaro m’ha fatto la grazia.
-O vero?
-L’ho pregato tanto, ma alla fine ha ceduto.
-E allora?
-Ho vinto.
-Maronn… e che cosa hai vinto?
-Ho grattato, grattato e ancora grattato, peggio di un gatto rognoso, ma alla fine le finestrelle hanno combaciato.
-Gesù, Gesù! E quanto?
-Io non sono un tipo esoso. Avevo chiesto a San Gennaro una somma pari all’ammontare del mutuo ancora da pagare, più quanto mi serve per tacitare don Michele, che mi sta assillando per un piccolo prestito fatto qualche tempo addietro. Poi qualche migliaio di euro per sistemare alcune cosette e una somma forfettaria come fondo pensione per me e mia moglie.
-Beh, mi sembra il minimo sindacale.
-Esatto. Considera che non ho messo in conto automobili sportive, barche o vita brillante: solo il necessario e un po’ di companatico, diciamo così.
-Onestissimo. Ma di che cifra stiamo parlando?
-Fatti i conti, mi veniva un totale di trecentocinquantamila euro. Ovviamente netti e esentasse.
-E tanto hai vinto?
-No, no.
-Ahhh, mi pareva.
-Di più.
-A facc ro cazz! Non mi tenere sulle spine…quanto?
-Ancora non li ho presi, ma a occhio e croce dovrebbe essere all’incirca, su per giù, grossomodo…
-…modo???
-O’ millione!
-Maronn santissima benedetta del Monte del Carmelo trafitta e co o’ core dint’ e mann!
-Aggia capit, ma sta vincita me la sono sudata. Sacce ie quante candele ho acceso all’altare del Santo e le processioni che ho fatto dietro alla sua sacra immagine. E poi oboli, carità, fioretti e ‘na quantità di rosari tutt ‘e ser. Credimi, una fatica! Però non mi posso lamentare: l’investimento ha reso.
-E bravo il mio amico. Perché ricordati che noi siamo amici, molto amici. Però, scusami se te lo dico, ma sei imprudente. Di questa cosa non ne devi parlare con nisciun. La gente è invidiosa, maligna e invidiosa.
-Nun te lo dovevo a dicere?
-Lascia perdere me, che ti sono fratello, ma gli altri ti guardano subito con l’uocchie e male.
-E vabbuò. Peggio per loro, ormai posso anche non curarmene.
-E qui ti sbagli. Perché già di suo la vincita al gioco porta sfortuna, poi se ci carichi lo maluocchio…
-La vincita porta male? Ma cosa dici? Porta soldi, benessere e felicità per tutti.
-Ti devo contraddire, amico caro. Vatti a fare un giretto su internet e guarda come è finita la maggioranza di quelli che hanno vinto grosse somme alla lotteria o con il gioco d’azzardo.
-A panza all’aria alle Hawaii!
-Nossignore. Morti sparati e spesso da se medesimi. Si sono suicidati in preda alla disperazione dopo aver sperperato tutto in breve tempo.
- Maddai…
-Certamente. Si sa che troppa fortuna fa impazzire e, per compensazione, attira la jella. Gente che viveva normalmente, forse con qualche problema ma serena, si è trovata a perdere tutto. La moglie li ha lasciati…
-Assuntina…
-…I figli si sono liticati…
-…Carmelì, Fraceschiè…
-… e gli amici, quelli falsi, sono spariti o se ne sono approfittati. C’è stato un americano che vinse milioni e milioni di dollari e poi è finito a fare il barbone, solo e alcolizzato.
-Sarà stato un caso.
-Un caso? Io ti voglio bene e non vorrei mai vederti finire come tutti i vincitori del totocalcio, del super enalotto o delle corse: rovinati! Sissignore, rovinati e disperati.
-Mi stai spaventando.
-In fondo oggi cosa ti manca? E’ vero, hai qualche debituccio, un lavoro precario, la suocera a carico e devi svicolare quando vedi il fornaio, ma poi torni a casa.
-Che devo fini di pagare. Tra vent’anni.
-Sai che si dice? I debiti allungano la vita. E’ vero, tutti i mesi hai la rata del mutuo, ma la mattina, quando ti svegli, trovi accanto a te mugliereta. Mi vorresti dire che preferisci un azzeramento del muto all’amore di donna Assunta?
-Bhè, bhò, certamente no.
-E poi, siccome non puoi andare in vacanza, tutte le sere ti godi i figli e una sana pasta e fagioli, altroché caviale e champagne in compagnia di qualche prezzolata.
-Prezzolata?
-Ehhh, te piacciono ‘e prezzolat?
-Coi soldi?
-Con lo sterco del diavolo. Con quello che ti farebbe cadere nel baratro, giù giù fino all’inferno su questa terra.
-No, no, non voglio perdere anche il poco che ho!
-Bravo, così mi piaci. Ma non devi avere paura. I veri amici ci sono per questo, per prendersi carico dei tuoi problemi e non lasciarti andare alla deriva.
-Che intendi?
-Capisci che quella che adesso ti sembra una grazia in realtà è una maledizione. Però io ti voglio bene e non posso pensarti distrutto e derelitto. Ci sarebbe una soluzione.
-Quale?
-Possiamo fare finta che la vincita l’abbia fatta io. Incasserei il premio e poi non ti darei i soldi.
-Ma come…?
-Volevo dire: non tutti insieme. Quello che ti serve, man mano. Ti passerei giusto il necessario che ti faccia stare tranquillo, Il resto lo terrei io.
-Ma allora, la maledizione cadrebbe su di te.
-Nossignore. Qui sta il busillibus: a me non succederebbe niente perché in realtà non sarei il vincitore vero e proprio. Farei come da parafulmine nei tuoi confronti.
-Tu faresti questo per me?
-Per gli amici…sì, sono pronto a sacrificarmi.
-Oh che sollievo. Non ti ringrazierò mai abbastanza. Ecco il biglietto del gratta e vinci, incassalo e fai finta che siano soldi tuoi. Ci riuscirai?
-Mi ci metterò d’impegno, ma quando uno è buono d’animo niente gli pesa.

Per quanto riguarda il mutuo furono pagate altre due rate, mentre il fornaio continuò a fare le poste invano. Il vero vincitore non seppe mai spiegarsi perché l’amico rimase nel rione per poco tempo e poi sparì con tutti i soldi. Pensò che la sventura aveva colpito ancora e fu grato all’amico che ne aveva ricevuto il carico al suo posto. E’ proprio vero che le vincite al gioco portano alla perdizione e forse lui si era proprio perso, magari alle Hawaii.


sabato 3 febbraio 2018

Maria

La finestra della sua stanza si affacciava su un campo grande, vasto come il mare. Spesso si domandava perché il destino l’avesse legato a quel letto, ma dentro di sé sapeva che quella non era la fine. Guardava spesso attraverso i vetri e si beava del cielo azzurro e delle mille sfumature di verde che rendevano viva quella pianura fatta d’erba e radi alberi. C’era un casolare piantato solo in mezzo alla campagna e lui poteva vederne in lontananza i muri rossi e le finestre chiuse come gli occhi di un bel volto assopito. Ogni tanto una delle imposte si schiudeva ed una donna si affacciava poggiandosi sul davanzale. Era sempre la stessa e sembrava fosse l’unica abitante della cascina. Poteva avere una trentina d’anni, o forse più, ma questo non aveva importanza per lui che, non visto, ne spiava la vita. Maria, così si immaginò di chiamarla, apriva i vetri per fumare una sigaretta con aria pensosa e lui la vedeva scuotere la testa e scostarsi dal viso i lunghi capelli neri. Forse voleva scacciare i cattivi pensieri, e lui avrebbe voluto esserle accanto per condividerli.  Altre volte invece poggiava solo le mani sulla cornice della finestra, tendeva le braccia e fissava fuori, come se avesse avuto la voglia di saltare giù e scappare, anche se non poteva. Come gli sarebbe piaciuto porgerle la sua di mano ed aiutarla ad evadere, ma lui stesso era prigioniero ed impotente in quella stanza troppo piccola per la sua fantasia. E sognò la libertà, e sognò di andare via, via. E un anello vide già sulla mano di Maria. I mesi e poi gli anni passarono lenti ed uguali finché la sua costrizione finì a causa di un miracolo o per uno scherzo del destino. Con i capelli ormai bianchi, ma col cuore gonfio delle mille speranze dei tanti giorni passati nei solitari colloqui con lei che non c’era mai stata, raccolse tutto il suo coraggio ed andò a bussare alla porta della cascina. La chiamò: “Maria!”, ma ormai da tempo quelle finestre non si aprivano più, anche se lui non se n’era mai accorto. E fu solo, mentre cadeva la prima neve sulle sue spalle e sul tetto del rosso casolare.    

venerdì 15 dicembre 2017

Harraseeket Inn

La neve scendeva lenta e grave, nell’aria ferma di una serata di metà inverno. Con delicatezza, ma inarrestabile, pian piano si posava lungo le strade deserte, sulle pensiline degli autobus e sopra le auto parcheggiate. Soffici guanciali spuntavano sopra i tavolini dei bar lasciati all’aperto, mentre una bianca galaverna scintillante si aggrappava precaria ai rami spogli degli alberi.Nel silenzio ovattato si udiva solamente il suono chioccio delle gocce d’acqua che cadevano ad intermittenza dalle stalattiti di ghiaccio appese alle grondaie delle case, ed ogni forma di vita sembrava sospesa, bloccata in un’istantanea scattata dal freddo. Alti lampioni in fila lungo la strada, come immobili sentinelle del Generale Inverno, spandevano una luce fioca, appena sufficiente ad illuminare la Main Street, dall’indiano in legno alto tre metri all’ingresso del paese fino alla fine della strada, verso nord. Forse il sole all’indomani avrebbe risvegliato la natura, o un vento improvviso avrebbe scosso il paesaggio, ma in quel momento tutto era congelato in una sorta di fatalistica attesa. L’ultimo locale prima che la statale si rituffasse nel buio in direzione del Canada era il Bistrò del “TuscanBrick” che prometteva di servire una cucina italiana, anche se di toscano aveva soltanto giusto un mattone. Qui sorseggiò ancora un caffè prima di presentarsi all’appuntamento.
Aveva scoperto la costa nord orientale degli Stati Uniti in un fine settembre di qualche anno prima quando capitò da quelle parti per lavoro. Guidando lungo la A1, rimase colpito dal paesaggio pennellato nei toni del rosso e del giallo, in un miscuglio di colori che ricordava la tavolozza di un pittore espressionista. La tiepida brezza che entrava dai finestrini aperti si alternava a gelidi refoli d’aria proveniente dalle zone artiche, mentre la combinazione tra il sole, testimone di un’estate trascorsa, ed il freddo, ambasciatore dell’inverno ormai prossimo, lo fecero sentire stranamente vivo. Percorrendo la strada fiancheggiata da alberi d’acero e querce che portava al Wolf Neck, abbandonò improvvisamente dietro di sé i chilometri ed i foschi pensieri immergendosi nel tripudio di una natura trionfante. In quel momento ritrovò una parvenza di serenità, e niente avrebbe potuto desiderare maggiormente di quanto gli era spesso sembrato irraggiungibile.
Una volta tornato a casa non dimenticò quella sensazione di pace e di soffocata allegria che di solito si trova solamente in fondo ad un bicchiere. Quando casualmente intercettò sul web l’annuncio per un lavoro da svolgere in una piccola città nel Maine, ci pensò a lungo ed alla fine decise di buttarsi nell’avventura.
Freeport era un paesotto in stile nuova frontiera: una lunga strada principale con ai lati una spruzzata di graziose casette costruite in legno e qualche albergo a conduzione familiare, il mare ad est e la campagna tutt’intorno. Un luogo dall’anima schizofrenica, tanto calmo e poco popolato nei giorni feriali, quanto caotico e pieno di gente nei fine settimana e durante le festività, quando una marea di compulsivi schiavi dello shopping arrivava a bordo di qualunque tipo di mezzo di trasporto per approfittare dei tanti negozi “outlet” per i quali la cittadina era famosa. Gli venne da sorridere la prima volta che vide i visi arrossati, eccitati ed avidi dei visitatori che scrutavano le vetrine. Pensò che assomigliassero a quelli incontratiad Amsterdam, nella zona a luci rosse. L’unica differenza era che nella città olandese i richiami sollecitavano la lussuria ed invece in quel paese si stuzzicava la cupidigia, ma le espressioni vogliose di chi desiderava senza poterselo permettere erano più o meno le stesse. L’affollamento durava dall’orario di apertura degli esercizi commerciali fino a prima della cena. Allora i pullman ripartivano, le automobili lasciavano i parcheggi e tutto si spengeva come un falò che avesse bruciato con impeto fino all’ultimo dollaro per poi acquietarsi in attesa di riprendere vigore con l’arrivo della successiva ondata di potenziali clienti.
Spesso aveva pensato di voltare la pagina del libro della sua esistenza per aprire un capitolo nuovo da scrivere con altre parole, ma non aveva mai avuto né il coraggio né l’occasione per fare il grande balzo finché non lesse l’annuncio dell’Harraseeket Inn: l’albergo offriva un impiego dalle dieci di sera fino alle sei del mattino come “night manager”. Le mansioni non erano chiare, ma l’orario sembrava adattarsi perfettamente al suo ritmo circadiano, col quale non era mai riuscito a sintonizzarsi appieno, e l’idea di farsi pagare per assecondare l’insonnia, gli sembrava tanto assurda quanto invitante. Immaginava che durante la notte il lavoro si sarebbe svolto a rilento, con ampi intervalli di quiete, ed approfittandone avrebbe potuto ritagliarsi abbastanza tempo libero per leggere e scrivere in santa pace. Sarebbe andato a letto all’alba, dopo aver assistito al sorgere del sole, per svegliarsi poi verso mezzogiorno, perdendo solo una parte della mattina che, rinchiuso in qualche ufficio, non avrebbe comunque vissuto. Nel pomeriggio, avrebbe girellato per quel villaggio dove il saluto ricorrente quando ci s’incontrava era un: “Have a nice day!”, e sembrava detto con sincerità. Era consapevole che lo stipendio non sarebbe stato alto, ma non aveva grandi pretese.
Si diceva che Mrs. Grey, la proprietaria, avesse raggiunto i novant’anni, ma non ne dimostrava più di settanta. Piccola, magra e con la crocchia grigia dai capelli sempre ben tirati, sembrava una maestra all’antica che con disciplina e severità teneva in riga i suoi dipendenti. Sempre però con un sorriso che la rendeva inattaccabile da ogni problema di gestione che ritesse irrilevante, come ad esempio le condizioni di lavoro dei suoi sottoposti che non si potevano permettere di lamentarsi per qualche ora lavorata in più o per le spettanze non riconosciute. Lei diceva che erano tutti una grande famiglia e che, come in tutte le famiglie che si rispettino, si doveva sempre dare il massimo con generosità e senza mugugni, altrimenti non si era degni di stare nell’ambito della comunità. Non si poteva negare che curasse ogni più piccolo particolare con amore e questo i clienti non mancavano di notarlo segnalando il suo albergo come uno dei più accoglienti della costa.
La padrona gli fece un esame veloce e non volle sapere altro che il suo nome e da dove venisse. Guardò il passaporto e lo fissò a lungo negli occhi; questo per lei, veterana nel giudicare il suo prossimo, poteva bastare. Prese servizio quella stessa sera.
Non ne fu deluso. Dopo le undici di sera, quasi tutti i clienti si ritiravano nelle rispettive stanze mentre qualche tiratardi al bar preferiva la compagnia del bourbon alle chiacchere con gli impiegati. Quindi lui riprese in mano Guerra e Pace per affiancarsi ad Andrej nella battaglia di Borodino e, nel silenzio di una notte nel Maine, sentì chiaramente i colpi di cannone e le urla dei feriti. Un’altra sera accompagnò Renzo dall’azzeccagarbugli e, con tutta la buona volontà, non riuscì a convincere il contadinotto a lasciare a casa i polli per prendere qualche moneta, che sarebbe stata più convincente nel perorare la sua causa. Ebbe anche la tentazione di ributtarsi nell’inferno a fare il terzo incomodo tra Dante e Virgilio, ma forse loro gli avrebbero chiesto quali fossero i suoi peccati lasciandolo in qualche girone a trastullarsi con il contrappasso e pertanto pensò bene di soprassedere. Sbagliò solo quando si fece coinvolgere da un quasi compaesano. Steven King era nato a Portland, a pochi chilometri da dove stava lui, e per questo si fidò nel seguirlo a trovare uno strano pagliaccio. Vedendo che tutte le ombre intorno al suo desk si animavano pagina dopo pagina evocate dal racconto del maestro dell’horror, chiuse il libro ed aprì un fumetto di Milo Manara.
Cominciò anche a scrivere un romanzo, ma sapeva bene di non esserne all’altezza e spesso rileggeva, cancellava, strappava e tornava indietro in un complicato labirinto nel quale non riuscì mai ad aggrapparsi ad alcun filo di Arianna.
Le lunghe ore passate in solitudine lo fecero riflettere su tanti aspetti della sua vita passata e su quello che avrebbe potuto riservargli il futuro. Ma soprattutto si domandò cosa stesse facendo tanto distante da casa e da cosa stesse scappando. La risposta era facile: fuggiva da se stesso, dalla sua vita, cercando di estraniarsi e di perdersi lontano, nel desiderio di lasciare dietro di lui niente altro che lui. Ma come allontanarsi da chi non ti può lasciare neanche per un istante? Quale posto avrebbe potuto raggiungere per nascondersi alla consapevolezza di sé? E quanto sarebbe durata l’illusione di una catarsi impossibile? Si ritrovò cresciuto o invecchiato, prese coscienza o si rassegnò. Dovette arrendersi alla realtà anche se, in un recesso nascosto della sua anima, volle custodire un bagliore irragionevole di speranza.
Lasciò un biglietto dicendo che era dovuto partire all’improvviso. Non chiese neanche la liquidazione, sicuro di fare cosa gradita alla signora Grey.



giovedì 23 novembre 2017

Una notte misteriosa

-Elementare Watson, elementare.
Io non gliel’ho detto mai, ma questa sua presunzione di avere il cervello più fino di qualsiasi altra persona, mi ha sempre urtato profondamente. Nel mio ruolo di biografo ufficiale di Sherlock Holmes, ho descritto il mio supposto amico come una persona eccezionale, di grande sensibilità ed altruismo. In realtà, è ora che lo confessi, il detective privato più famoso di Londra è un gran fanfarone, tutto fumo e pochissimo arrosto. Per farvi un esempio:
-Allora Watson, com’era il tempo a Leigh on Sea?
-Perbacco Holmes, come avete fatto a capire che torno adesso da una gita al mare?
-Ah, ah, ah! Elementare, per non dire puerile. Avete il tacco della scarpa destra con ancora un po’ di fanghiglia appiccicata ed un piccolo rametto di “crithmum maritimum” o finocchio di mare infilato tra i capelli. Si tratta di una pianta alofila (dal greco halo = sale e phyte = pianta) che alligna con particolare vigore nella contea dell’Essex. Poi ricordo che tempo fa, sfogliando una rivista illustrata, ve ne usciste con un apprezzamento particolarmente vivace su quella cittadina. E quindi…
-Già, già.
-Ritengo inoltre che abbiate assai gradito il pasticcio di montone che avete gustato al tavolo del “Blue Boar” il pub locale. Certamente non vi sarete fatto mancare una buona pinta di birra ed una chiacchierata con l’ostessa che, vi dirò di più, era una giovane dai capelli rossi e ben in carne.
-Santi Numi! Questa poi…Come sapete dove mi sono fermato a mangiare e addirittura l’aspetto della proprietaria del locale?
-Osservo e deduco. Sul bavero della vostra giacca si nota distintamente una briciola di pasta brisee che, a pranzo, si serve spesso ripiena di montone, e poi dovreste spazzolare via quel capello fulvo che spicca nettamente sulla vostra spalla. Lo dico per voi e per non indurre strani pettegolezzi. In quanto al nome del locale, siccome anch’io mi recai un lustro addietro da quelle parti, ricordo come solo al Blue Boar vidi servire ai tavoli una donna dalla fulva capigliatura.
-Come al solito mi stupite, Holmes.
-Elementare, Watson, elementare.
Così lui fece bella figura facendomi sembrare un cretino. Salvo sapere successivamente che, poco prima che salissi le scale verso il nostro appartamento, un vetturino aveva lasciato nelle mani di Holmes una sciarpa che avevo dimenticato al pub con la preghiera di consegnarmela unitamente ai saluti dell’ostessa ed all’invito a rinnovare la visita per gustare nuovamente il montone. Altroché capacità deduttive: fumo, solo fumo.   
Comunque, non era questo che volevo raccontare.
Era la sera della vigilia di Natale, io ed Holmes avevamo cenato abbastanza presto facendo onore ai manicaretti preparati dalla signora Hudson con la cura e la devozione richiesti dalla solenne ricorrenza. Eravamo ormai al Christmas Pudding, accompagnato da una dosa generosa di Porto, quando il mio commensale, forse intenerito dall’atmosfera festiva, si abbandonò a confidenze per lui del tutto inusuali.
-Caro Watson, - mi disse a bassa voce con aria sognante – ricordo quando io e mio fratello Mycroft aspettavamo questa magica notte con ansia e trepidazione. Come tutti i bravi bambini, eravamo soliti preparare una letterina per Babbo Natale che poi consegnavamo per la spedizione nelle mani di nostro padre. Mi dovete credere, eravamo assolutamente sicuri che, durante la notte, il vecchio panzone vestito di rosso ci avrebbe portato i regali richiesti e, per l’emozione, non riuscivamo a chiudere occhio fino a tarda ora. Naturalmente il giorno dopo trovavamo vicino al camino, o sotto l’albero, tanti pacchetti ed, in qualche modo, ci sentivamo ricompensati per tutti i buoni voti riportati a scuola durante l’anno trascorso. Da lì, forse, nacque la convinzione che le azioni di ciascuno vengono sempre ripagate con la moneta corrispondente: chi ben si tiene, ne ricaverà vantaggio, ma chi si comporta male ne subirà le nefaste conseguenze.
-Amen! –Interloquii con la lucidità concessami dall’ennesimo bicchierino sorseggiato con gusto – Così deve essere, a ciascuno il suo e…amen! – Mi rendo conto che avrei potuto fare di meglio in sede di commento, ma fu già tanto riuscire a liberare la lingua dalle pastoie del liquore.
-Però, fedele amico, l’esperienza della vita mi ha poi insegnato che non sempre il destino si comporta in maniera corretta. Spesso i buoni soffrono mentre i malvagi godono, e solo chi ha fede in una ricompensa futura da riscuotere in un’altra vita può credere ancora che valga la pena camminare rettamente in questo mondo pieno di ingiustizie.
-Sento dell’amarezza in queste parole, Holmes. In fondo se Babbo Natale continua a tornare tutte le notti di ogni ventiquattro dicembre, ci deve essere una brace di speranza che arde ancora sotto la cenere della disillusione, e ciascuno di noi può sempre aspettarsi un dono.
-Ho sempre saputo che siete un sognatore ed un eterno bambino, caro il mio dottore. Ma la mia lente d’ingrandimento non ha mai rilevato le impronte del passaggio di nessun Babbo Natale ed ormai ho smesso di credere alle favole da molto tempo.
Finimmo la conversazione con qualche altra rimembranza dei tempi andati e quando la pendola batté le undici, cedemmo al richiamo del sonno. Io mi ritirai nella mia stanza con un trattato di anatomia da sfogliare per fini soporiferi, ed Holmes prese con sé una scatoletta che sapevo contenere quei medicinali ai quali ricorreva sempre più frequentemente. 
Non riuscii a finire il capitolo riguardante la rotula e le sue articolazioni, che caddi nel sereno oblio dei giusti. Ma il ripieno del tacchino servito per cena non ebbe la creanza di transitare velocemente attraverso il mio stomaco, anzi si soffermò a lungo causandomi un senso di disagio che innescò mille fantasmagorici sogni ed uno sgradevole senso di pesantezza. Pertanto non saprei dire se fu immaginario o reale il trambusto che mi parve di udire proveniente dal salotto in un’ora imprecisata della notte. Comunque non ci feci caso più di tanto, impegnato com’ero a combattere a fianco di Don Chisciotte contro degli strani mulini che al posto delle pale mostravano la faccia scorbutica della signora Hudson.
La mattina successiva i fumi notturni si dissolsero ed aprii gli occhi sentendomi di ottimo umore e con una strana eccitazione addosso. Spalancai la finestra della mia camera abbeverandomi dell’aria fresca mentre un pallido sole faceva sembrare bella anche Baker Street, a quell’ora deserta ed imbiancata da un rilucente manto di candida neve appena caduta.
-Watson, Watson, non dovevate! – Il richiamo stentoreo della voce del mio amico mi giunse imperioso da oltre la porta. Evidentemente si doveva essere alzato prima di me ed ora, in salotto, richiedeva la mia presenza.
-Cosa? - Urlai di rimando, solamente per avere una risata come risposta. Incuriosito affrettai le abluzioni mattutine per raggiungere Holmes.
-Allora Sherlock, che vi prende? Cosa non avrei dovuto fare? – L’investigatore con la pipa stretta tra i denti e con indosso una sgargiante vestaglia di velluto rosso, mi guardò con aria maliziosa.
-Questo pacchetto con scritto sopra il mio nome. Eravamo d’accordo di non farci alcun regalo quest’anno, ma mi accorgo che non siete stato di parola.
-Veramente Holmes, io…
-Aspettate! Anche questo…Mi accorgo adesso che vi siete voluto disturbare addirittura con un altro presente. Fatemi vedere. – Pronunciando queste parole, l’uomo si chinò per raccogliere un’altra scatola che era scivolata dietro una poltrona vicino al camino.
-No, questo non è per me. Capisco che abbiate voluto creare un clima festoso, ma giungere fino al punto di incartarvi da solo un regalo e scriverci sopra il vostro nome, mi sembra un po’ eccessivo.
-Ma, vi assicuro…
-Siete impagabile, Watson. Avete voluto farmi una sorpresa che non ricevevo dai tempi dell’infanzia. Non so come ringraziarvi.
-Un momento, Holmes, fatemi parlare. Questo fatto dei pacchetti…non sono stato io! E’ la prima volta che li vedo e la vostra sorpresa è pari alla mia.
-Che intendete? Se non mi state prendendo in giro, state affermando di non essere stato voi a portare in casa i due regali.
-Esatto, proprio così.
-Beh, questo è un mistero. Voi non l’avete fatto, io non ci avevo pensato minimamente, come può essere? – La mente analitica del detective si mise in funzione automaticamente. – Consideriamo inoltre che ieri sera i pacchetti non c’erano e che l’appartamento è stato chiuso a chiave per tutta la notte. Altre entrare in questi locali non ce ne sono e poi chi si sarebbe disturbato a farci trovare dei pacchetti nella mattina di Natale? Piuttosto Watson, apriamoli e vediamo cosa contengono. – Ci precipitammo a scartare ognuno il suo regalo con la frenetica curiosità di due bambini. Quando vidi il mio rimasi a bocca aperta. Era un libro d’antiquariato che desideravo da molto tempo e che non ero mai riuscito a trovare da nessuna parte.
-E voi Holmes, cosa avete trovato? – Mi accorsi che il mio amico aveva gli occhi lucidi mentre tirava fuori dalla scatola una piccola scultura raffigurante un puledro.
-E’ Autumn Glory, il cavallo che possedevo da ragazzo. Fu l’unico mio amico per buona parte della mia giovinezza e la compagnia di tante giornate altrimenti solitarie. Mi capiva e sapeva consolarmi come nessun altro e quando morì piansi tutte le mie lacrime. Non l’ho mai dimenticato. – Restammo entrambi assorti e pensierosi per alcuni istanti, stupiti di quei regali tanto giusti per ognuno di noi.
-Comunque Holmes, al di là del fatto che questi doni ci facciano piacere, la domanda rimane: chi è il latore? E come ha fatto ad indovinare cosa portarci? Ma, soprattutto, come è potuto entrare in salotto? Siete voi l’investigatore: orsù, fate onore alla vostra fama! – Io ero molto incuriosito, ma vidi che il mio amico si stava concentrando per raccogliere il guanto di sfida lanciato alla sua intelligenza. Cominciò a camminare per la stanza sbuffando fumo dalla pipa come la ciminiera di una locomotiva e nello stesso tempo parlottava tra sé.
-Nessuna entrata…salvo la canna fumaria del camino, naturalmente…due pacchetti ben incartati…il mio nome in forma confidenziale…anche Watson…rumori nella notte…fuliggine sul tappeto…porte sbarrate…niente di rubato…coincidenza con la festività…
-Ebbene? – Sollecitai distogliendolo dalla sua maratona casalinga.
-Allora, caro Watson, è un classico delitto della porta chiusa. Salvo che qui non c’è crimine, anzi un’opera buona. Il meccanismo però è lo stesso: apparentemente senza soluzione. Nessuna possibilità di entrare, né di uscire, e solo un elemento nuovo sulla scena che prima non c’era. Non si tratta di cadaveri, bensì di regali, ma sembrano incongrui ugualmente.
-Quindi?
-Bisogna pertanto ricorrere alla teoria dell’esclusione.
-Che dice…
-Enuncia come al momento in cui si escludano tutte le cause impossibili di un certo avvenimento, le ipotesi che rimangono, anche se improbabili, devono essere quelle vere.
-Nel nostro caso?
-Non può essere entrato nessuno, ma c’è un personaggio che non passa attraverso le porte e che conosce i desideri di tutti. Si muove soltanto la sera di Natale e porta la felicità in ogni casa. Non si fa vedere, ma lascia il segno del suo passaggio nel cuore di chi crede in lui. E’ un signore anziano che però non invecchia mai, esattamente come i sogni che ci portiamo dentro fin dall’infanzia. Viene cercando di fare meno rumore possibile e poi si allontana nel cielo notturno. Insomma, l’identikit è chiaro: si tratta di Babbo Natale!
-Perbacco Holmes, è la prima volta che vi vedo contento di non aver preso un colpevole!
-Buon Natale, Watson!
-Buon Natale, Holmes! – Arrossisco mentre lo scrivo, ma devo confessare che per la prima volta, e forse l’ultima, ci abbracciammo sorridendo come due bambini. Magari quest’ultima frase la cancello.






sabato 4 novembre 2017

L'anno legale

Una volta all’anno, nella notte tra il 28 e il 29 ottobre, le convenzioni internazionali stabilirono che si dovessero mettere indietro le lancette dell’orologio di un anno. Gli economisti avevano calcolato che, cancellando ogni dodici mesi un analogo periodo già vissuto, si sarebbe rimandata la vecchiaia praticamente all’infinito risparmiando milioni di bitcoin.  Da quando fu presa tale decisione, ogni individuo censito all’anagrafe mantenne l’età che aveva in quel momento. Di conseguenza i bambini continuarono a giocare come stavano facendo, mentre gli adolescenti furono felici di andare a scuola, tanto ormai conoscevano a memoria le materie sulle quali venivano interrogati. Gli adulti si compiacquero della loro maturità, mentre i vecchi allontanarono la paura della morte. L’INPS gioì: non aumentò il monte pensioni da pagare, mentre chi lavorava continuò a versare contributi all’infinito. Le case farmaceutiche poterono programmare con precisione il numero dei pannolini e dei pannoloni da produrre basandosi sul numero esatto dei consumatori già esistenti ed i preti seppero esattamente di quante ostie approvvigionarsi per le prime comunioni che si ripetevano costantemente con lo stesso numero di catecumeni. I genitori furono contenti di rimandare all’infinito il momento in cui i figli se ne sarebbero andati da casa, mentre i ragazzi dovettero convivere con il desiderio inappagato di passare dal motorino alla macchina. Insomma, pur con qualche piccolo inconveniente, il risparmio per la società risultò evidente e di fronte al rimpinguamento della casse dello Stato, ogni obiezione venne rintuzzata. Solo la Natura non era d’accordo. Le Grandi Organizzazioni Mondiali non erano riuscite a modificare il ciclo delle stagioni e gli effetti provocati dallo scorrere del tempo su tutti gli organismi viventi. Gli alberi continuavano a trasformarsi partendo dal germoglio fino all’alto fusto, i cuccioli degli animali diventavano individui formati ed in generale ogni cosa mutava per poi deperire. Ma l’uomo, no! Si era deciso di non darla vinta al tempo che passava e tale proposito fu mantenuto rigidamente. Per ingannare l’orologio biologico fu deciso di istituire una Commissione e fornirla dei poteri più ampi di controllo e coercizione. Fu chiamata: “Il Gran Consiglio dei Chirurghi Estetici” e si riuniva regolarmente per imporre ad ogni essere umano di sottoporsi all’annuale restyling atto a mantenere un aspetto fisico sempre uguale.  Da quel giorno si videro in giro facce tirate tutte uguali che stentavano a sorridere per mancanza di pelle utile da tendere sul viso, donne con seni lievitanti e mani maculate, capigliature di tutte le sfumature, dal paglierino al fulvo, senza alcuna concessione al bianco, pance tirate senza grasso ma con grandi collane di cicatrici. Si facevano concorsi per “Miss Botulino” o “Mister Estrogeno” e il Nobel per la Letteratura non fu più assegnato per mancanza di concorrenti. Divenne Presidente della Federazione una maschera di cera che rappresentava un uomo di cinquant’anni, anche se si diceva ne avesse più di ottanta. Solo i poveri invecchiavano manifestamente, gli altri non era dato di sapere.

Nicolino venne alla luce in una casetta spersa in un bosco di larici sulle pendici delle montagne e sua madre non volle denunciarlo all’anagrafe per non essere costretta ad allattarlo all’infinito. Anche per i nuovi nati valeva infatti il principio del tempo rinculante e per un genitore poteva essere un problema avere un pargolo con la barba al quale si era costretti a cambiare il pannolino. Quindi lui crebbe come un “buon selvaggio” senza coercizioni imposte dalla società civile. Verso gli otto anni volle andare in città. Prima d’allora non aveva mai visto altri adulti oltre la madre e trovarsi con tanta gente intorno che lo guardava con occhi spiritati dalla strana espressione, fu per lui uno shock. L’apparizione di un giovane individuo, all’apparenza non condizionato, fu subito segnalata alle autorità che non persero tempo a fermalo per portarlo innanzi al Presidente ed al Consiglio per decidere della sua sorte. Nicolino non seppe trattenersi. Quando vide il Capo del Governo con la fronte spianata, un sorriso falso di trentadue denti di porcellana e gli occhi che non riuscivano a chiudersi del tutto per mancanza di pelle, rimase stupefatto. Poi notò anche il collo avvizzito e le mani adunche e capì. Con la sincerità dell’innocenza, in mezzo a tutti i notabili ed alla gente accorsa per l’occasione, se ne uscì gridando: “Quell’uomo sembra giovane, ma è VECCHIO!” Una risata seppellì il potere con i suoi soprusi e tutti, vergognandosi, si accontentarono solo dell’ora legale abbandonando per sempre la presunzione di fermare il tempo. 

giovedì 19 ottobre 2017

Tre petali e un fiore

Colgo un fiore in un campo
E poi un tre petali in un altro.
Aspiro il profumo di un ricordo
E lo lego con la melodia di una canzone.
Sento nell’aria un balzo del cuore
E lo prendo come l’ultimo treno di un desiderio
Perso, sperso, solitario, illusorio, vago, vano,
Bello, triste, disperato e unico per vivere.
E riempio le mie braccia di un fascio di corolle
Di mille colori e di cento promesse
Legandolo con il filo di un sentimento che mai,
mai per l’eternità di un mai, si potrà sciogliere.
Poi lo dono a te, se lo vuoi.
E tu lo prenderai per metterlo sul davanzale
Della finestra che si apre sulla tua vita.
Ogni mattina guarderai il sole e sentirai quel profumo
Che ti parlerà del mio amore, ovvero di me,
E ti consolerai, ma piano che il mondo non senta.