giovedì 3 agosto 2017

Piero Angela

Piero Angela mi mette a disagio. Con quell’aria tra il professore di matematica ed il colonnello sabaudo, ogni volta che lo guardo sembra quasi che mi rimproveri per non aver fatto i compiti o per le scarpe non lustrate a specchio. Tratta ogni argomento con una levità distaccata, come ad intendere che qualsiasi cosa si può prendere in considerazione, ma per lui sono solo quisquilie in relazione al livello in cui vive, dove la materialità è sublimata in una forma di eterea e panteistica saggezza cosmica. A volte, raramente e con rispetto parlando, scivola nella pedanteria, ma lui può permetterselo come un vecchio asceta che si sforzi vanamente di indottrinare degli allievi scapocchioni. Naturalmente non mi azzardo a cambiare canale e solo una lieve intermittente “cecagna” mi è d’aiuto con brevi, malcelati, pisolini nel tirare fino alla fine di un “Super Quark” senza cedere alla tentazione dell’abbandono. L’eminente giornalista è uso contornarsi di una congrega di collaboratori che forse esistono solo sui titoli di coda o sono defunti da molto tempo, visto che appaiono unicamente nelle trasmissioni del loro Guru. I nomi di questi inviati sono chiaramente frutto della fantasia del deus ex machina del programma, che si vuol velare di una democraticità fittizia, mentre probabilmente è solo lui che, uno e plurimo, tira le fila delle varie puntate. Giangi Poli: non esiste, chi l’ha mai incontrato a una riunione di condominio o dal barbiere? Paco Lanciano: improbabile, col nome di un peones messicano ed il cognome di una periferia. Lorenzo Pinna: ogni tanto si fa vedere, ma non si è mai presentato: sospetto.
Qualche sera fa, il Gandalf di RAI 1, con un sorrisetto velatamente sadico, ha portato in studio un grande mappamondo sezionato per mostrarne l’interno. Ha messo in evidenza, supportato e mai contradetto dal sedicente esperto di turno, come la nostra beneamata Terra assomigli a un arancino siciliano. La panatura corrisponde alla crosta terrestre, la parte del riso sono rocce in movimento e la mozzarella filante è il nucleo centrale. (Il paragone gastronomico è mio, mi scuso per la volgarità non confacente a cotanta rubrica). Questo nocciolo magmatico pare sia composto da un materiale fluido ed incandescente a circa seimila gradi centigradi che mette in movimento tutta la massa che lo contorna, fino a sfociare in superfice nelle manifestazioni vulcaniche o nei terremoti. Angela ha posizionato, come in un puzzle che non combacia, le varie placche continentali con le relative faglie di scorrimento, annunciando serafico che lo sfregamento di quei tasselloni provocherà l’armageddon e che noi, ovviamente, non possiamo farci niente. Lo sapevamo o l’avremmo potuto supporre. Siamo consci e consapevoli della nostra inanità di fronte alla forza della natura, ma ricordarcelo dopo cena, a cosa serve? Forse a farci andare a letto pensando che sotto ai nostri piedi c’è una specie di perenne barbecue in attesa di fare di noi salcicce; oppure a distoglierci dallo schiacciare quella fila di formiche vicine al tavolo della cucina che, in fondo, nell’ordine del creato hanno la nostra stessa, identica, rilevanza?

 L’aria sulla quarta corda di Bach, con i titoli di coda, consente finalmente di cambiare canale. Un sano Vanzina d’evasione, da qualche parte, lo si trova.

domenica 30 luglio 2017

Ali per volare

Lei non voleva la favola, voleva la follia. Un bar downtown con troppo fumo e la musica che rimbombava nelle orecchie. Non era un posto per signore, ma lei non si sentiva una signora, specialmente in quel momento. Si era elegantemente tolta un bell’anello dall’anulare e l’aveva ridato ad un ragazzo che aveva tutto per renderla felice. Almeno così diceva sua madre andando perfettamente in sintonia con la parte razionale del cervello della ragazza.  In quel momento doveva vincere sul ragionamento e sapeva di poter contare su un unico alleato che in poche sorsate avrebbe l’avrebbe rimessa in sintonia con il suo io profondo. Le promesse erano le solite: casa, bambini, sicurezza economica. E tanta rassegnazione. Ma non faceva per lei, almeno fino a quando si fosse sentita in grado di governare la sua vita e le fosse rimasta la speranza di far spuntare quelle ali che sentiva di avere sottopelle dietro la schiena.

Un tizio, anzi decisamente un amico, che forse aveva incontrato in quello stesso locale, gli aveva diagnosticato con precisione il suo male. Era una patologia senza virus o batteri, ma non per questo meno invalidante. Quel tipo, che non ricordava esattamente chi fosse, dopo una breve conversazione, aveva buttato lì una sentenza che, chissà se per intuizione o casualità, aveva centrato quello che lui sentiva ma non aveva mai ammesso neanche con se stesso.
-Sei condizionato dai legami che ti sei stretto intorno da solo. - Gli aveva detto. – Le responsabilità del lavoro, ma soprattutto il carico degli affetti, ti frenano. Rifletti: quanto tempo ti resta ancora per seguire i tuoi sogni?
-Non si può avere tutto. – Aveva risposto. – E io sono contento di rinunciare a una parte di vita immaginaria per quello che ho. Mi sento fortunato nel sentirmi importante per qualcuno e le fantasticherie di libertà le lascio alle ore notturne ed al fondo dei bicchieri. – Ma forse quelle parole erano solo un alibi per la sua mancanza di coraggio.

I due si guardarono da una parte all’altra del bancone del bar.   




sabato 22 luglio 2017

Il giorno prima d'incontrarti

Credo di essere uscito di casa verso le otto e mezzo per andare al lavoro. Poi mi sono seduto alla scrivania ed ho acceso il computer. Mi aspettavano mille mail e relazioni da evadere. Scrissi a lungo e poi spensi tutto per andare a pranzo.

Il giorno prima d’incontrarti.

Poi ripresi a fare quello che dovevo, come al solito. Alle sei mi alzai e chiusi tutte le cartelle aperte. Lo schermo del pc svanì nascondendo i problemi lasciati per il giorno dopo e mi infilai il giaccone per tornare a casa.

Il giorno prima d’incontrarti.

Una rapida cena, due uova o qualcosa di simile. Il vino versato nel bicchiere che sembrava valere sempre meno di quello che l’avevo pagato, in compagnia di quel crampo allo stomaco che non passava neanche con una falsa promessa di tranquillità.

Il giorno prima d’incontrarti.

Un po’ di televisione e la lettura svogliata di un libro comprato mesi prima che non aveva il potere di distrarmi. A letto, sapendo di dover combattere l’ultima battaglia del giorno contro il sonno che non voleva portarmi via con sé.

Il giorno prima d’incontrarti.

E quindi: la notte. I demoni e le care presenze di tanti anni prima, follie di colori mischiati in un magma sul quale galleggiavo come una barca in balia di frustrazioni mal digerite e di venti di speranza che non sapevo governare.

Il giorno prima d’incontrarti.

Poi tutto questo è tornato ed io ho ripreso in mano la mia vita seduto alla stessa scrivania. Il vino non sa di niente come al solito ed il sonno è sempre il nemico della sera. Ai sogni si aggiungono i ricordi ed un sordo dolore mi strappa una lacrima quando meno me l’aspetto.

Il giorno dopo averti perduto.


sabato 15 luglio 2017

Tarzan, o dovrei dire Wilma?

Che Tarzan fosse gay, nella giungla, lo sapevano tutti. Conviveva ormai da tempo con uno scimpanzé maschio di pelo fulvo di nome “Chita” dal quale si separava raramente. Peraltro, tra gli animali della foresta, non era neanche un caso isolato. I babbuini, ad esempio, sono famosi per il loro insaziabile appetito sessuale che sfogano con qualsiasi altro componente del loro branco senza andare tanto per il sottile tra il dare e l’avere, se così si può dire. Pure i bonobi, primati anch’essi, usano il sesso per far pace tra loro e poi giacere con un bonobo o una bonoba indifferentemente. Addirittura i maestosi leoni spesso lasciano i compiti virili, come la caccia o la protezione del gruppo, alle leonesse e si raggruppano in clan di soli maschi dediti all’ozio ed ad altre attività, compreso il sesso. Quindi la preferenza sessuale di quella strana scimmia senza peli non faceva di certo scalpore. Bisogna anche dire che, essendo l’unico esemplare della razza umana presente in quella zona della foresta, Tarzan non aveva mai saputo che esistessero anche i suoi corrispettivi al femminile e per lui Chita era il massimo della “liaison amoureuse” desiderabile. Lo scimpanzé era dolce, affettuoso e teneva in ordine la tana sull’albero, anche se a volte dava di matto, ed in quei casi bisognava lasciarlo stare. Il buon selvaggio lo sopportava, anche se spesso sbuffava ed era tentato di rompere il rapporto, ma ormai stavano insieme da tanto tempo ed, al di là di qualche occasionale bisticcio, formavano una coppia affiatata e riconosciuta da tutti. A proposito, Tarzan è un nome che venne dato all’uomo successivamente, ma in origine, forse riprendendo il verso di quegli urletti che lanciava ogni tanto, gli altri animali lo chiamavano “Uiiii-llmaaaa” che, per brevità, trascriveremo in “Wilma”.
La vita della coppia trascorreva serena e mentre Chita si dedicava ad esperimenti di “tricoterie” con un filato di liana dapprima masticato e poi abilmente intrecciato, Wilma sfogava la sua creatività preparando manicaretti a base di una “concassé” di vegetali spolverata da una granella di insetti vari che era un vero “bijoux”. La comunicazione fra i due avveniva a versi e gesti, ma spesso nascevano delle incomprensioni che poi erano superate grazie alla loro grande affinità elettiva di amorosi sensi. La ritrovata armonia veniva spesso festeggiata scatenandosi in un ballo tipo “zumba despacito” e poi, una volta caduti a terra stremati, con reciproci peeling delle rispettive zecche e pulci.
Un giorno la routine della foresta fu sconvolta da un caos assolutamente inaspettato e, per molti, spaventoso. Una mandria di strane bestie, rumorosa ed invadente, penetrò la sempiterna cattedrale di verde sradicando la vegetazione al suo passaggio e mettendo in fuga gli animali che mai prima d’allora avevano visto niente di simile. Dal suo rifugio sull’albero, anche Wilma scorse la strana invasione e quale fu il suo stupore nell’accorgersi che molti dei soggetti di quel branco sembrava avessero una certa somiglianza con se medesimo. Qualche volta si era specchiato in un laghetto e si era sempre allontanato da quell’immagine con tristezza poiché non ritrovava niente di simile in tutti gli altri componenti del suo habitat usuale, ma adesso era certo di vedere qualcosa di familiare tra i nuovi arrivati. Gli invasori, urlando e sbraitando in uno strano idioma, occuparono la radura tra i baobab con una quantità di oggetti rumorosi e luminosi come magici fuochi senza fiamme. Il capo branco era un giovane maschio riccioluto dalla voce stentorea e con una mimica vivace. Anche lui doveva possedere una sessualità incerta o omnicomprensiva, visto che dai compagni veniva interpellato con due nomi di genere differente. Spesso lo chiamavano “Angela”, e quindi si sarebbe supposto femmina, ma rispondeva anche quando veniva interpellato come “Alberto”, facendo pensare il contrario.
Un animale del branco degli invasori improvvisamente urlò:
-Silenzio…3,2,1…La Foresta Questa Sconosciuta…Prima…CIAK! – A quel punto il tipo chiamato Angela, parlando in una specie di banana tutta nera, attaccò:
-Buonasera. Vi siete mai chiesti, cari telespettatori, cosa mangia l’armadillo pezzato e come si riproducono le libellule giganti? Perché il rinoceronte, a volte, fissa l’orizzonte come fosse assente senza accorgersi dell’uccello pingitore che gli strappa i peli delle orecchie? E come mai la rana toro non si ecciti vedendo i tulipani rossi? Ecco, a queste ed ad altre domande altrettanto interessanti e di stretta attualità daremo un vasta spiegazione durante le tre ore di durata di questo programma. – L’uomo continuò a parlare per molto tempo, mentre dalle fronde degli alberi e dai cespugli attorno, tutta una variegata fauna seguiva stupita ed affascinata lo spettacolo. Era lo stesso, identico, atteggiamento degli utenti davanti agli schermi televisivi, ma questo gli animali non lo sapevano.
-Dopo questa breve introduzione – proseguì il presentatore ormai con la gola secca dopo aver parlato per cinquantatré minuti – lascio il microfono alla collega Jane che vi stupirà rivelandovi il trucco adottato dallo scarafaggio stercorario per rendere perfettamente sferiche le palline di m…fango. – A momenti Wilma cadeva dall’albero. Da lassù aveva visto un’apparizione inaspettata e sconvolgente. Una creatura bellissima e piena di grazia e leggiadria che in confronto i cigni perdevano in eleganza, per non parlare di quella buzzurra di Chita. Il cuore gli balzo nel petto ed una sensazione strana ed inebriante si impossessò di lui come quella volta che si scolò il succo fermentato di dieci noci di cocco. Anzi, di più, molto di più. Doveva assolutamente vedere da vicino quella meravigliosa femmina, si capiva che fosse tale, e magari toccarla. Avventatamente decise di catapultarsi sul terreno e ghermire quella preda ambitissima e poi portarla via con se. Di slancio afferrò la liana più vicina e cominciò a dondolarsi, poi, presa la spinta, si lanciò da un tralcio all’altro per raggiungere l’obiettivo. Mentre si librava tra gli alberi, gli parve carino avvisare e presentarsi urlando il suo nome: “UIIILLLMAAAA!!!!”. La troupe si spaventò e, guardandosi attorno, si avvide del selvaggio in avvicinamento.
-Tarzan! – Gridarono le persone indicandolo. Infatti era stato immediato associare la figura di quel nerboruto indigeno con il personaggio letterario conosciuto da tutti. Wilma cadde esattamente ai piedi di Jane e, con grandi gesti cercò di far capire alla donna come fosse realmente interessato ad approfondire la loro conoscenza. Lei lo guardò con occhi languidi e gli disse:
Oh, Tarzan. – Wilma non capiva a chi si rivolgesse, ma stava guardando lui. – Finalmente un vero uomo! – Era una serie di equivoci che andavano presto chiariti. Battendosi sul petto, l’uomo articolò:
-Wilma!
-Si, Tarzan, capisco il tuo verso. Ma tu sei Tarzan, vero? – Siccome è risaputo che nel momento del corteggiamento l’uomo direbbe qualsiasi cosa per compiacere la compagna, Wilma rinnegò il suo nome e rispose:
-Umm, Umm! Io Tarzan, tu Jane. – La troupe scoppiò in un appaluso mentre Alberto Angela contattava, via telefono satellitare, gli uffici di viale Mazzini con la proposta di una nuova serie in dodici puntate intitolata: “Il ritorno di Tarzan, l’uomo scimmia.”

Chita vide tutto e giurò solennemente che non si sarebbe messa mai più con un uomo. E se non avesse mantenuto la promessa, che…gli shatush gli venissero per sempre sbiaditi!

martedì 4 luglio 2017

Joshua Logan

Nei primi giorni d’aprile dell’anno del signore 1567, col sorgere del sole, un brigantino armato per una lunga traversata lasciò il porto di Southampton prendendo il mare aperto. Il vento era debole ed il trinchetto e la maestra si gonfiavano a tratti, solo il necessario per spingere avanti la nave. Sul cassero, in piedi, Joshua Logan scrutava la vastità dell’oceano che, spaventoso ed ignoto, appariva calmo e sornione come un gigantesco ondeggiante sudario pronto ad accogliere le velleità dei pazzi che osavano provocarlo. Il capitano era un marinaio di lungo corso ed i sette mari erano stati i suoi compagni fin dalla giovinezza. Una presenza fonte di vita e di morte, consolatrice nelle notti d’estate e nemica durante i fortunali, un rilucente specchio di mille illusioni ed un inferno di gorghi senza fondo e di montagne d’acqua. La paura, l’angoscia, il senso d’impotenza di fronte alla forza della natura, le privazioni di cibo e la solitudine durante gli interminabili viaggi, avevano precocemente incanutito la lunga barba ed i capelli dell’uomo, mentre il cuoio della sua pelle rifletteva la corazza avvolta intorno alla sua anima. Tutto il tempo, gli anni, passati lontano dalla civiltà con la sola compagnia di un manipolo di marinai spesso raccolti tra la feccia dei porti, avevano forgiato il suo carattere dandogli la capacità di comandare, ma togliendogli, ad una ad una, ogni illusione sull’animo umano. Aveva visto i più abietti istinti animaleschi manifestarsi nelle occasioni di pericolo o nella lotta per sopravvivere. Mai una forma di compassione aveva mosso un individuo verso l’altro, se questo significava andare contro il proprio egoismo, e solo nei momenti di tranquillità quelli che chiamava i suoi uomini si dimostravano diversi dagli animali più feroci. A terra una imbiancata di civiltà frenava i comportamenti ribelli, ma a bordo solo il pugno di ferro del comandante poteva far convivere chi era scampato alla forca od i fuggiaschi con l’anima più nera della pece.
La nave trasportava mercanzia varia da una sponda all’altra dell’oceano fermandosi nei porti della costa del nuovo mondo dove i coloni europei stavano costruendo città sempre più grandi. Le Americhe erano ricche di ogni ben di Dio derivante dalla lussureggiante natura dei suoi territori, ma i regnanti europei volevano l’oro strappato agli indigeni e per questo barili di perline e specchietti riempivano le stive dei bastimenti come merce da barattare in cambio del prezioso metallo. A volte le pepite ed i gioielli arrivavano in Europa sporchi del sangue di chi non aveva voluto farsi ingannare, ma questo non importava minimamente ai cristiani committenti.
Poteva capitare che qualche gentiluomo chiedesse un passaggio sui mercantili, magari perché aveva l’urgenza di partire, ed in questi casi una piccola cabina veniva approntata vicino a quella del capitano. Così successe in quel viaggio, ed il sacchetto di sovrane d’oro consegnato nelle mani di Joshua Logan compensò abbondantemente il fastidio di avere un ospite a bordo. Il passeggero era un giovane distinto, forse nobile, che non desiderava rivelare la sua identità. Durante tutto il viaggio rimase chiuso nel suo alloggio, uscendo solo per prendere i pasti insieme agli ufficiali, ma senza concedere alcuna confidenza. Al comandate sembrava un paino azzimato ed in cuor suo lo disprezzava considerandolo un debole protetto solo dai suoi privilegi nei confronti di un mondo feroce che, senza lo scudo dei suoi natali, l’avrebbe sopraffatto in un baleno. Ma, siccome aveva pagato, lo sopportò per tutto il viaggio fino a destinazione.
Dopo più di due mesi per mare, il vascello arrivo nella Baia di Chesapeake e qui si ormeggiò per concludere i suoi traffici. La sosta prevista era di una settimana ed, allo scadere del tempo, la ciurma al completo si ritrovò a bordo. Doveva risalire anche il passeggero, ma di lui non si avevano più notizie. Il capitano decise di aspettarlo ancora un giorno e mandò due dell’equipaggio a cercarlo nelle bettole del porto o nelle locande dove donne accoglienti facevano dimenticare la misura del tempo ad uomini distanti dalle loro famiglie. I marinai non riuscirono a trovare il gentiluomo e neanche ebbero alcuna informazione su dove potesse essere finito, e lo riferirono al capitano. Logan, con una magnanimità che non sapeva neanche lui di avere, aspettò ancora un giorno, ma poi, abbandonando l’uccellino implume al suo destino, all’alba successiva dette l’ordine di salpare.
Trascorsi i primi giorni della traversata di ritorno, nei quali fu occupato a stabilizzare la rotta ed a redigere l’inventario di carico per il giornale di bordo, il capitano volle entrare nella cabina del passeggero. Intendeva frugare tra gli effetti personali del gentiluomo per capire chi realmente fosse ed avere qualche indicazione per avvertire, una volta giunti in porto, i familiari che forse l’attendevano. Il marinaio non aveva nessuna paura ad ammettere di aver levato le ancore senza aspettare, il codice della navigazione gli dava questa facoltà. Anzi, gli imponeva di aver cura innanzi tutto del buon esito del viaggio, compresa la puntualità negli spostamenti, anche se questo avesse comportato trascurare gli interessi o le necessità di qualsiasi persona fosse imbarcata sul veliero. E poi, pensava Logan, se quel disgraziato fosse stato tanto abile o fortunato di non farsi vincere dalle mille insidie del nuovo mondo e dei suoi abitanti, avrebbe potuto rimediare un passaggio su di un bastimento successivo. Guardò quindi nel baule ai piedi del letto dove erano stipati vestiti ed oggetti personali. Con un sorriso di scherno e di superiorità, tirò fuori abiti dai colori sgargianti, camicie ornate di trine ed una serie di orpelli che l’uomo di mare aveva visto solamente in qualche ricevimento di gala. Joshua pensava che quei vestiti denotavano tutta la decadenza di personaggi buoni solo a vivere sulle spalle di chi, come lui, affrontava la vita nella sua cruda realtà. Al capitano scappò addirittura una sonora risata immaginando il damerino, tremante, alle prese con una di quelle tempeste nelle quali si trovava spesso a sguazzare fiero ed impavido.  Continuò a rovistare e finalmente trovò un diario con la copertina in marocchino rosso con sopra impressa una frase in latino: “Amor vincit omnia” e, ancora una volta, sogghignò. Lo aprì e cominciò a leggere. “Mia cara, scriverò su queste pagine ogni giorno con l’illusione di averti vicino e di parlarti. Tu sai quanto mi è costato partire, ma non avrei potuto sottrarmi al tuo desiderio più grande. La malattia ti sta togliendo tanto e l’unico modo per me di aiutarti è nell’alleviare, per quanto io possa, almeno qualcuna delle tante pene che ti affliggono. Quando esprimesti la volontà di riabbracciare nostro figlio partito verso le Americhe e del quale non avevamo più notizie, feci mia la missione di ritrovarlo, ad ogni costo. Conosci le mie paure, il terrore che ho del mare, la debolezza del mio fisico che tante volte mi ha reso inferiore ai miei coetanei. Il dottore che l’ultima volta che ti visitò, guardò anche me, mi diede alcune pozioni e fece mille raccomandazioni che, di fronte al compito che m’attendeva, dimenticai in fretta. Non mi importa di rischiare la salute o peggio, saprò soffocare ogni ansia e mi illuderò di essere, almeno per questa volta, degno di compiacerti. Troverò il nostro ragazzo e per farlo m’inventerò quello che non m’appartiene. Mi ispirerò al tuo coraggio e lo farò mio, negherò i miei limiti e scherzerò coi demoni della mia pavidità e ti prometto di portare a termine il compito dettato dal tuo e dal mio amore. Ci riuscirò, vedrai, e se così non fosse avrò comunque pagato il prezzo della felicità di averti avuto accanto a me.”
Il capitano non si aspettava di trovare, in poche righe, il racconto di una vita e soprattutto il ritratto di una persona del tutto differente da come l’aveva giudicata. Si rese conto che l’uomo dimostrava una forza d’animo inimmaginabile. Il coraggio non è affrontare con sventatezza i pericoli o non provare la paura, al contrario il vero coraggio sta nel vincere le proprie paure e rischiare disinteressatamente per amore o per un ideale. Logan si pentì di aver giudicato basandosi sulle apparenze. Sotto l’aspetto di un personaggio insignificante si celava un vero uomo, se essere uomini significa vivere dando un senso alla propria esistenza che vada oltre la soddisfazione dei bisogni contingenti. Continuò a sfogliare le pagine del diario e, mentre approfondiva la conoscenza del passeggero, nel contempo rimetteva in discussione anche se stesso. Per le vicissitudini della vita, il capitano aveva avuto raramente l’occasione di parlare con qualcuno che non si vergognasse delle proprie debolezze e che traesse la forza dal sentimento e non dai muscoli. Capì che la domanda che, nelle notti in coperta, spesso si poneva sul significato della propria vita come guardiano di un manipolo di disperati, era mal posta poiché altro è il destino di ogni essere umano. Rifletté, Logan, rifletté a lungo.
Un giorno, a metà navigazione, il nostromo andò dal comandante a riferire che l’addetto alla cambusa aveva aperto il barile del rum e si era ubriacato. Questo, a bordo, era un delitto abbastanza grave. Il liquore era un diritto di tutti ed era concesso a razioni ben definite e solo su indicazione del capitano. Bere alla spalle degli altri era un furto particolarmente odioso ed estremamente malvisto dal resto della ciurma. La punizione, secondo consuetudine, doveva comportare cinquanta scudisciate legati all’albero di maestra. Logan chiamò il marinaio colpevole e, già contravvenendo agli usi, ascoltò le ragioni che indusse a sua discolpa. Venne fuori una storia di nostalgia della famiglia lontana e di disperazione per un amore che forse il disgraziato non avrebbe più ritrovato. Balle, pensò Logan, ma influenzato dal diario del gentiluomo, volle vedere un’anima sofferente sotto la brutalità del cambusiere. Per quella volta lo graziò.

La ciurma non la prese bene e quella notte stessa il capitano Joshua Logan fu ucciso nella sua cuccetta con un largo squarcio che gli aprì la gola da un orecchio all’altro.      

lunedì 5 giugno 2017

Sei già di un altro

Il baretto del parco stava per chiudere i battenti ed il vecchio cameriere, come tutte le sere, rassettava il disordine lasciato dai clienti durante il giorno. Trascinava le seggiole d’alluminio sulla ghiaia rimettendole vicino ai tavolini tondi sui quali, con uno straccio bagnato, dava una rapida passata per togliere le briciole ed i residui di gelato. Non vedeva l’ora di tornare a casa e, con l’ennesima sigaretta accesa tra le labbra, borbottava tra sé contro i clienti che non si decidevano ad andar via. Ce l’aveva con una coppia, neanche più tanto giovane, che era arrivata un paio d’ore prima e si era sistemata in un angolo un po’ in disparte, ordinando due beveraggi rimasti a metà. Sarebbe potuto andare da loro e dirgli che era ora di sloggiare, e fra breve l’avrebbe sicuramente fatto, ma c’era qualcosa che lo tratteneva. Li aveva notati perché parlavano poco ed avevano un’espressione seria, forse triste. Non erano in lite, si tenevano per mano, anzi si aggrappavano uno all’altra come legati da una sorta d’amore disperato. Il cameriere vedeva ogni giorno uomini e donne bisticciare o ridere, a volte urlavano e qualcuno amoreggiava sfacciatamente, ma quei due sembravano vivere un sentimento tanto profondo che non aveva bisogno di esprimersi con le parole. Però non erano felici, e si notava. Sembravano in attesa, forse di trovare un coraggio che sentivano di non avere o per raccogliere la forza di dire parole importanti. Lo stanco inserviente doveva chiudere, ma si sentiva quasi in imbarazzo ad andare a disturbali. Pensava che, scuotendoli da quello strano torpore, avrebbe spezzato il loro incantesimo riportandoli alla realtà e forse ad una decisione che non volevano prendere. Mentre il giardinetto dimenticava le voci dei bambini durante il giorno e si avvolgeva in un silenzio fatto di malinconia e mistero, il cameriere diede alla coppia altri cinque minuti e, sospirando, continuò le sue faccende.

Ecco, d’un tratto non parli più. Tu ricominci a pensare, io lo so, al nostro amore. Noi stiamo bene insieme, che cosa importa se tu già sei di un altro, per la vita legata a lui. Anche se asciughi quelle lacrime, si vede che hai pianto ed anche se cerchi di sorridere si vede che sei ancora triste. Noi ci vogliamo bene e a me non interessa che tu appartenga a lui. Noi ci vogliamo bene, ed allora dimentichiamoci che hai fatto una promessa. Forse eri troppo giovane, ed io non c’ero. Una volta hai detto “per sempre”, ma il nostro sempre vive negli attimi nei quali stiamo insieme. La cosa più importante adesso è che stiamo bene insieme. Anche se tu già sei di un altro.

Mi guardi e leggo il tuo pensiero. E’ vero, io sto con lui, lui vuole me, ma tu sei entrato nella mia vita ed ora non so, non so più. I momenti che rubiamo al destino sono preziosi, e quando ti stringo a me sembra che niente altro abbia più importanza. Vorresti che io fossi tua, e forse il tuo amore è così grande che non t’importa che io non possa appartenere esclusivamente a te, se questo significasse rischiare di perdermi. Lo so che un dì il nostro amore dovrà finire, ma nonostante ciò dobbiamo stare insieme. Stringimi la mano e dammi la forza per abbandonarmi e scordare che, anche se stiamo bene insieme, io sono già di un altro.

Improvvisamente faceva freddo. Seduti sulla terrazza del piccolo bar, vedevano in lontananza le luci della città che raccontavano di vite in movimento o vissute dietro le finestre delle case. Tutti quelli che si affannavano a rincorrere l’esistenza come formiche di un enorme formicaio, portavano con sé la propria storia. Tutte differenti, ma ognuna simile alle altre nel cercare un significato che forse non esisteva. Si alzarono tenendosi ancora per mano e si guardarono negli occhi, senza proferire parola. Non serviva, in quel momento la cosa più importante è che stavano bene insieme, ed il resto del mondo, per loro, aveva cessato d’esistere. Avevano dimenticato che lei era già di un altro.


martedì 30 maggio 2017

Alias

La sua disgrazia era stata quella di aver frequentato L’Istituto San Clemente dei Padri Scapoliti a Paderno del Grappa. Per molti anni era stato convittore, dormendo e mangiando con molti altri ragazzi che, come lui, venivano indottrinati dai buoni sacerdoti. Gli avevano insegnato le dottrine umanistiche, i fondamenti della scienze matematiche e soprattutto l’educazione. Si vestiva con giacca e cravatta fin dall’età di sei anni, era controllato nelle letture e guardato a vista in quasi tutti i momenti della giornata. Veniva ripreso se perdeva troppo tempo al computer, oltre quello considerato legittimo per aiutarlo negli studi, la televisione era in una sala comune con il telecomando a disposizione solo del Responsabile, e del telefonino non si aveva notizia. In questi casi la famiglia ha le sue responsabilità, anche se dettate dalle migliori intenzioni. L’avevano scaricato in collegio per formarlo secondo i crismi della severità e del rigore pensando di dargli la stessa impostazione che prima di lui aveva formato il padre ed il nonno. Non solo. L’avevano chiamato Goffredo, che andava benissimo in un mondo popolato di Manfredi, Sveve e Leopoldi con qualche sporadico Clemente o Clementina, ma così facendo l’avevano reso vittima dei più sedicenti spiritosi che lo prendevano in giro chiedendogli se si era messo la maglia di lana, o cose simili. E’ evidente il facile “calembour” tra il suo nome e l’analoga espressione in dialetto veneto. Insomma: una vitaccia. Che durò fino all’esame di maturità, dopo il quale fu rispedito al mittente con un bel diploma in carta pergamena, con tanto di stemmi e svolazzi, e tanti cari auguri. Tornò a Roma, e qui comincia il dramma. Improvvisamente si trovò catapultato in un coacervo di Nandi, Giovà, Giorgè, Coso e Cosa che non avevano una corrispondenza nel Martirologio, ma erano sicuramente figli della tradizione popolare. Ogni aspetto della città era nuovo per lui. Vedeva che quasi tutti camminavano a testa bassa, e fu stupito nel capire che non si trattava di persone colpite da una perniciosa forma di cervicale, bensì della postura adottata per seguire quanto appariva sullo schermo del telefono cellulare. Camminando sentiva parlare qualcuno di “euri”, un’entità monetaria a lui sconosciuta; altri, particolarmente attaccati agli avi, invocavano ad ogni piè sospinto i “morti”, taluni facevano vocalizzi in continuazione articolando le vocali: “Aho’!”. A dir del vero, i giovani sembravano anche piuttosto complimentosi tra di loro apostrofandosi con un vicendevole: “Ah, bello!” al momento d’incontrarsi, ma quando lui provò a rispondere con un cortese “anche lei è prestante”, in caso l’interlocutore fosse maschio, oppure con: “mai quanto sia graziosa lei”, rivolto ad una femmina, venne guardato male e con sospetto. Strano. Anche esteticamente c’erano usi peculiari: la cravatta sembrava bandita dal collo degli uomini e molte signore dovevano essere imparentate con Tarzan, adornandosi di stoffe “animalier” maculate al di là della fantasia.
Goffredo non ci si trovava. Solo dentro casa si sentiva a suo agio, ma a contatto col mondo esterno era come un pesce fuor d’acqua, o un cavolo a merenda, il concetto è quello. Soprattutto si sentiva solo. Aveva provato ad attaccare discorso con qualche coetaneo, ma quando quelli parlavano di Totti lui non lo ricordava tra gli Imperatori di Roma né capitano di un qualsivoglia vascello. Poi discutevano di chi avesse il più recente Ahi Föhn, ma a lui sembrava che non ci fosse niente di appetibile in un asciugacapelli che provocava dolore. Specialmente la sera, i ragazzi si chiedevano dove fosse lo “sballo”, e Goffredo non capiva perché dovessero rincorrere una forma storpiata dell’arte di Tersicore. Dopo averci a lungo riflettuto, infine capì che la sua maledetta educazione lo aveva tagliato fuori dal mondo dei giovani e che, per essere accettato, si sarebbe dovuto adeguare al costume corrente.  Da ragazzo intelligente, trovò la soluzione più adatta: avrebbe studiato per diventare anche lui un…come dicevano? Ecco: “Coatto”, che non presupponeva l’essere in qualche modo forzati, dal latino “coactus” costretto, ma definiva una specie di “enclave” nella società, una forma estetica di appartenenza, un po’come nei Club inglesi, ma senza “regimental tie”.
Fece un rapido, ma intenso, master di romanità attingendo alle fonti più autorevoli. Si procurò diversi DVD con i film nei quali gli attori protagonisti, o i comprimari, parlassero con le espressioni più tipiche del dialetto che fu di Trilussa e Petrolini e le ripassò più volte. Divenne un fanatico di Mario Brega, der Monnezza, di Maurizio Mattioli e perfino di Christian De sica nelle sue interpretazioni più sguaiate. Non si può dire che giunse al limite di pronunciare correttamente lo “tze, tze” alla maniera di Bombolo, ma ci giunse dappresso. Da tutti questi campioni colse un insegnamento, ed ognuno gli fu mentore nel suo percorso verso la coattaggine.
Venne quindi il giorno dell’esame, ovvero si presentò al bar sotto casa per scambiare due parole con il gruppo di giovani che lì stazionava regolarmente. Saranno stati quattro o cinque ragazzi ed altrettante fanciulle, perennemente assorti ciascuno nel proprio device elettronico sorseggiando bevande energetiche e frizzantine.
-Bella, regà! – Esordì correttamente Goffredo.
-E tu dando eschi? – Gli rispose quello che sembrava il “primus inter pares”.
-Che nun m’hai mai visto? C’hai gli occhi foderati de prosciutto?
-Ohh, nun t’allargà, che sinnò te metto in tasca e te meno quanno c’ho tempo.
-M’arimbarzi! Dai che offro a tutti ‘na biretta. – All’offerta d’amicizia, i giovani non seppero sottrarsi e, con un investimento modesto, il neofita fu ben accetto in compagnia.
-Senti un po’. – Disse una biondina con grandi occhi blu e due trecce da collegiale – Ma tu, com’è che te chiami? – Il ragazzo aveva preparato la risposta e, rinnegando il nome che era stato del bisnonno ammiraglio, prontamente rispose:
-Oreste, ma me poi chiamà “er paino” perché dicheno che c’ho ‘na certa elioganza.
-E’ vero, me sembri un sorcio intinto all’olio! – Risero tutti alla battuta della ragazza, e forse perché lei fu la prima a degnarlo d’attenzione, Goffredo alias Oreste si perse nei suoi occhi blu cadendo innamorato a prima vista, come una pera cotta.
Si frequentarono in gruppo, ma uscirono anche da soli. Non si facevano mancare panini alla porchetta e grattachecche ed al ragazzo parve di avere trovato veramente un grande amore, di quelli che durano per tutta la vita. Anche lei, che si chiamava Jessica, ricambiava il sentimento ed entrarono sempre più in confidenza. Ma Goffredo, in fondo all’anima, sentiva un perenne cruccio. Il presupposto dell’amore è la sincerità, e lui viveva nella menzogna. Non aveva il coraggio di rivelarsi per quello che era alla sua amata e per questo si sentiva come se stesse perpetrando il più abietto dei tradimenti. Un giorno non ce la fece più. Prese Jessica da parte e, col cuore in mano, si confidò:
-Devo farti una confessione.
-Dimmi, amò. – Rispose lei vagamente allarmata. – Ahò, stai in campana, che se m’hai tradito te faccio due occhi neri che se te metti a masticà er bambù, er WWF e te protegge.
- No, stai tranquilla, non potrei mai. C’è altro. Vedi, in realtà non mi chiamo Oreste, ma il mio nome è Goffredo…- E continuò spiegando tutta la situazione e le motivazioni che l’avevano spinto a mentirle. Terminò dicendo:
-Ecco, mi sono aperto a te, come le corolle del biancospino alla luce della luna. Ti chiedo venia e spero che tu possa perdonarmi accettandomi per quello che sono.
La ragazza rimase con la bocca aperta per lo stupore per un tempo indefinito, ma era bella anche nell’imitazione della cernia. Poi si strinse le mani al petto e, guardando il fidanzato con occhi languidi ed inumiditi da una furtiva lacrima, così rispose:
-Oh, dolce mio amato. Anch’io ti mentii. In realtà il nome mio sempre agli altri celai, ma, in ver, mi appello Lucinda delle Piane di Grottaminarda. I famigli mi chiamano contessina, ma solo entro le mura dell’avita magione. Simil al tuo costume il mio, quando dovetti occultare la mia identità agli occhi dei ragazzi coetanei. Soffrii e soffro, nel soffocare quanto è di elevato nel mio spirto per non essere qual bianca mosca tra tutti.
Goffredo non poteva credere alla sua fortuna, aveva trovato l’anima gemella.