venerdì 15 dicembre 2017

Harraseeket Inn

La neve scendeva lenta e grave, nell’aria ferma di una serata di metà inverno. Con delicatezza, ma inarrestabile, pian piano si posava lungo le strade deserte, sulle pensiline degli autobus e sopra le auto parcheggiate. Soffici guanciali spuntavano sopra i tavolini dei bar lasciati all’aperto, mentre una bianca galaverna scintillante si aggrappava precaria ai rami spogli degli alberi.Nel silenzio ovattato si udiva solamente il suono chioccio delle gocce d’acqua che cadevano ad intermittenza dalle stalattiti di ghiaccio appese alle grondaie delle case, ed ogni forma di vita sembrava sospesa, bloccata in un’istantanea scattata dal freddo. Alti lampioni in fila lungo la strada, come immobili sentinelle del Generale Inverno, spandevano una luce fioca, appena sufficiente ad illuminare la Main Street, dall’indiano in legno alto tre metri all’ingresso del paese fino alla fine della strada, verso nord. Forse il sole all’indomani avrebbe risvegliato la natura, o un vento improvviso avrebbe scosso il paesaggio, ma in quel momento tutto era congelato in una sorta di fatalistica attesa. L’ultimo locale prima che la statale si rituffasse nel buio in direzione del Canada era il Bistrò del “TuscanBrick” che prometteva di servire una cucina italiana, anche se di toscano aveva soltanto giusto un mattone. Qui sorseggiò ancora un caffè prima di presentarsi all’appuntamento.
Aveva scoperto la costa nord orientale degli Stati Uniti in un fine settembre di qualche anno prima quando capitò da quelle parti per lavoro. Guidando lungo la A1, rimase colpito dal paesaggio pennellato nei toni del rosso e del giallo, in un miscuglio di colori che ricordava la tavolozza di un pittore espressionista. La tiepida brezza che entrava dai finestrini aperti si alternava a gelidi refoli d’aria proveniente dalle zone artiche, mentre la combinazione tra il sole, testimone di un’estate trascorsa, ed il freddo, ambasciatore dell’inverno ormai prossimo, lo fecero sentire stranamente vivo. Percorrendo la strada fiancheggiata da alberi d’acero e querce che portava al Wolf Neck, abbandonò improvvisamente dietro di sé i chilometri ed i foschi pensieri immergendosi nel tripudio di una natura trionfante. In quel momento ritrovò una parvenza di serenità, e niente avrebbe potuto desiderare maggiormente di quanto gli era spesso sembrato irraggiungibile.
Una volta tornato a casa non dimenticò quella sensazione di pace e di soffocata allegria che di solito si trova solamente in fondo ad un bicchiere. Quando casualmente intercettò sul web l’annuncio per un lavoro da svolgere in una piccola città nel Maine, ci pensò a lungo ed alla fine decise di buttarsi nell’avventura.
Freeport era un paesotto in stile nuova frontiera: una lunga strada principale con ai lati una spruzzata di graziose casette costruite in legno e qualche albergo a conduzione familiare, il mare ad est e la campagna tutt’intorno. Un luogo dall’anima schizofrenica, tanto calmo e poco popolato nei giorni feriali, quanto caotico e pieno di gente nei fine settimana e durante le festività, quando una marea di compulsivi schiavi dello shopping arrivava a bordo di qualunque tipo di mezzo di trasporto per approfittare dei tanti negozi “outlet” per i quali la cittadina era famosa. Gli venne da sorridere la prima volta che vide i visi arrossati, eccitati ed avidi dei visitatori che scrutavano le vetrine. Pensò che assomigliassero a quelli incontratiad Amsterdam, nella zona a luci rosse. L’unica differenza era che nella città olandese i richiami sollecitavano la lussuria ed invece in quel paese si stuzzicava la cupidigia, ma le espressioni vogliose di chi desiderava senza poterselo permettere erano più o meno le stesse. L’affollamento durava dall’orario di apertura degli esercizi commerciali fino a prima della cena. Allora i pullman ripartivano, le automobili lasciavano i parcheggi e tutto si spengeva come un falò che avesse bruciato con impeto fino all’ultimo dollaro per poi acquietarsi in attesa di riprendere vigore con l’arrivo della successiva ondata di potenziali clienti.
Spesso aveva pensato di voltare la pagina del libro della sua esistenza per aprire un capitolo nuovo da scrivere con altre parole, ma non aveva mai avuto né il coraggio né l’occasione per fare il grande balzo finché non lesse l’annuncio dell’Harraseeket Inn: l’albergo offriva un impiego dalle dieci di sera fino alle sei del mattino come “night manager”. Le mansioni non erano chiare, ma l’orario sembrava adattarsi perfettamente al suo ritmo circadiano, col quale non era mai riuscito a sintonizzarsi appieno, e l’idea di farsi pagare per assecondare l’insonnia, gli sembrava tanto assurda quanto invitante. Immaginava che durante la notte il lavoro si sarebbe svolto a rilento, con ampi intervalli di quiete, ed approfittandone avrebbe potuto ritagliarsi abbastanza tempo libero per leggere e scrivere in santa pace. Sarebbe andato a letto all’alba, dopo aver assistito al sorgere del sole, per svegliarsi poi verso mezzogiorno, perdendo solo una parte della mattina che, rinchiuso in qualche ufficio, non avrebbe comunque vissuto. Nel pomeriggio, avrebbe girellato per quel villaggio dove il saluto ricorrente quando ci s’incontrava era un: “Have a nice day!”, e sembrava detto con sincerità. Era consapevole che lo stipendio non sarebbe stato alto, ma non aveva grandi pretese.
Si diceva che Mrs. Grey, la proprietaria, avesse raggiunto i novant’anni, ma non ne dimostrava più di settanta. Piccola, magra e con la crocchia grigia dai capelli sempre ben tirati, sembrava una maestra all’antica che con disciplina e severità teneva in riga i suoi dipendenti. Sempre però con un sorriso che la rendeva inattaccabile da ogni problema di gestione che ritesse irrilevante, come ad esempio le condizioni di lavoro dei suoi sottoposti che non si potevano permettere di lamentarsi per qualche ora lavorata in più o per le spettanze non riconosciute. Lei diceva che erano tutti una grande famiglia e che, come in tutte le famiglie che si rispettino, si doveva sempre dare il massimo con generosità e senza mugugni, altrimenti non si era degni di stare nell’ambito della comunità. Non si poteva negare che curasse ogni più piccolo particolare con amore e questo i clienti non mancavano di notarlo segnalando il suo albergo come uno dei più accoglienti della costa.
La padrona gli fece un esame veloce e non volle sapere altro che il suo nome e da dove venisse. Guardò il passaporto e lo fissò a lungo negli occhi; questo per lei, veterana nel giudicare il suo prossimo, poteva bastare. Prese servizio quella stessa sera.
Non ne fu deluso. Dopo le undici di sera, quasi tutti i clienti si ritiravano nelle rispettive stanze mentre qualche tiratardi al bar preferiva la compagnia del bourbon alle chiacchere con gli impiegati. Quindi lui riprese in mano Guerra e Pace per affiancarsi ad Andrej nella battaglia di Borodino e, nel silenzio di una notte nel Maine, sentì chiaramente i colpi di cannone e le urla dei feriti. Un’altra sera accompagnò Renzo dall’azzeccagarbugli e, con tutta la buona volontà, non riuscì a convincere il contadinotto a lasciare a casa i polli per prendere qualche moneta, che sarebbe stata più convincente nel perorare la sua causa. Ebbe anche la tentazione di ributtarsi nell’inferno a fare il terzo incomodo tra Dante e Virgilio, ma forse loro gli avrebbero chiesto quali fossero i suoi peccati lasciandolo in qualche girone a trastullarsi con il contrappasso e pertanto pensò bene di soprassedere. Sbagliò solo quando si fece coinvolgere da un quasi compaesano. Steven King era nato a Portland, a pochi chilometri da dove stava lui, e per questo si fidò nel seguirlo a trovare uno strano pagliaccio. Vedendo che tutte le ombre intorno al suo desk si animavano pagina dopo pagina evocate dal racconto del maestro dell’horror, chiuse il libro ed aprì un fumetto di Milo Manara.
Cominciò anche a scrivere un romanzo, ma sapeva bene di non esserne all’altezza e spesso rileggeva, cancellava, strappava e tornava indietro in un complicato labirinto nel quale non riuscì mai ad aggrapparsi ad alcun filo di Arianna.
Le lunghe ore passate in solitudine lo fecero riflettere su tanti aspetti della sua vita passata e su quello che avrebbe potuto riservargli il futuro. Ma soprattutto si domandò cosa stesse facendo tanto distante da casa e da cosa stesse scappando. La risposta era facile: fuggiva da se stesso, dalla sua vita, cercando di estraniarsi e di perdersi lontano, nel desiderio di lasciare dietro di lui niente altro che lui. Ma come allontanarsi da chi non ti può lasciare neanche per un istante? Quale posto avrebbe potuto raggiungere per nascondersi alla consapevolezza di sé? E quanto sarebbe durata l’illusione di una catarsi impossibile? Si ritrovò cresciuto o invecchiato, prese coscienza o si rassegnò. Dovette arrendersi alla realtà anche se, in un recesso nascosto della sua anima, volle custodire un bagliore irragionevole di speranza.
Lasciò un biglietto dicendo che era dovuto partire all’improvviso. Non chiese neanche la liquidazione, sicuro di fare cosa gradita alla signora Grey.



giovedì 23 novembre 2017

Una notte misteriosa

-Elementare Watson, elementare.
Io non gliel’ho detto mai, ma questa sua presunzione di avere il cervello più fino di qualsiasi altra persona, mi ha sempre urtato profondamente. Nel mio ruolo di biografo ufficiale di Sherlock Holmes, ho descritto il mio supposto amico come una persona eccezionale, di grande sensibilità ed altruismo. In realtà, è ora che lo confessi, il detective privato più famoso di Londra è un gran fanfarone, tutto fumo e pochissimo arrosto. Per farvi un esempio:
-Allora Watson, com’era il tempo a Leigh on Sea?
-Perbacco Holmes, come avete fatto a capire che torno adesso da una gita al mare?
-Ah, ah, ah! Elementare, per non dire puerile. Avete il tacco della scarpa destra con ancora un po’ di fanghiglia appiccicata ed un piccolo rametto di “crithmum maritimum” o finocchio di mare infilato tra i capelli. Si tratta di una pianta alofila (dal greco halo = sale e phyte = pianta) che alligna con particolare vigore nella contea dell’Essex. Poi ricordo che tempo fa, sfogliando una rivista illustrata, ve ne usciste con un apprezzamento particolarmente vivace su quella cittadina. E quindi…
-Già, già.
-Ritengo inoltre che abbiate assai gradito il pasticcio di montone che avete gustato al tavolo del “Blue Boar” il pub locale. Certamente non vi sarete fatto mancare una buona pinta di birra ed una chiacchierata con l’ostessa che, vi dirò di più, era una giovane dai capelli rossi e ben in carne.
-Santi Numi! Questa poi…Come sapete dove mi sono fermato a mangiare e addirittura l’aspetto della proprietaria del locale?
-Osservo e deduco. Sul bavero della vostra giacca si nota distintamente una briciola di pasta brisee che, a pranzo, si serve spesso ripiena di montone, e poi dovreste spazzolare via quel capello fulvo che spicca nettamente sulla vostra spalla. Lo dico per voi e per non indurre strani pettegolezzi. In quanto al nome del locale, siccome anch’io mi recai un lustro addietro da quelle parti, ricordo come solo al Blue Boar vidi servire ai tavoli una donna dalla fulva capigliatura.
-Come al solito mi stupite, Holmes.
-Elementare, Watson, elementare.
Così lui fece bella figura facendomi sembrare un cretino. Salvo sapere successivamente che, poco prima che salissi le scale verso il nostro appartamento, un vetturino aveva lasciato nelle mani di Holmes una sciarpa che avevo dimenticato al pub con la preghiera di consegnarmela unitamente ai saluti dell’ostessa ed all’invito a rinnovare la visita per gustare nuovamente il montone. Altroché capacità deduttive: fumo, solo fumo.   
Comunque, non era questo che volevo raccontare.
Era la sera della vigilia di Natale, io ed Holmes avevamo cenato abbastanza presto facendo onore ai manicaretti preparati dalla signora Hudson con la cura e la devozione richiesti dalla solenne ricorrenza. Eravamo ormai al Christmas Pudding, accompagnato da una dosa generosa di Porto, quando il mio commensale, forse intenerito dall’atmosfera festiva, si abbandonò a confidenze per lui del tutto inusuali.
-Caro Watson, - mi disse a bassa voce con aria sognante – ricordo quando io e mio fratello Mycroft aspettavamo questa magica notte con ansia e trepidazione. Come tutti i bravi bambini, eravamo soliti preparare una letterina per Babbo Natale che poi consegnavamo per la spedizione nelle mani di nostro padre. Mi dovete credere, eravamo assolutamente sicuri che, durante la notte, il vecchio panzone vestito di rosso ci avrebbe portato i regali richiesti e, per l’emozione, non riuscivamo a chiudere occhio fino a tarda ora. Naturalmente il giorno dopo trovavamo vicino al camino, o sotto l’albero, tanti pacchetti ed, in qualche modo, ci sentivamo ricompensati per tutti i buoni voti riportati a scuola durante l’anno trascorso. Da lì, forse, nacque la convinzione che le azioni di ciascuno vengono sempre ripagate con la moneta corrispondente: chi ben si tiene, ne ricaverà vantaggio, ma chi si comporta male ne subirà le nefaste conseguenze.
-Amen! –Interloquii con la lucidità concessami dall’ennesimo bicchierino sorseggiato con gusto – Così deve essere, a ciascuno il suo e…amen! – Mi rendo conto che avrei potuto fare di meglio in sede di commento, ma fu già tanto riuscire a liberare la lingua dalle pastoie del liquore.
-Però, fedele amico, l’esperienza della vita mi ha poi insegnato che non sempre il destino si comporta in maniera corretta. Spesso i buoni soffrono mentre i malvagi godono, e solo chi ha fede in una ricompensa futura da riscuotere in un’altra vita può credere ancora che valga la pena camminare rettamente in questo mondo pieno di ingiustizie.
-Sento dell’amarezza in queste parole, Holmes. In fondo se Babbo Natale continua a tornare tutte le notti di ogni ventiquattro dicembre, ci deve essere una brace di speranza che arde ancora sotto la cenere della disillusione, e ciascuno di noi può sempre aspettarsi un dono.
-Ho sempre saputo che siete un sognatore ed un eterno bambino, caro il mio dottore. Ma la mia lente d’ingrandimento non ha mai rilevato le impronte del passaggio di nessun Babbo Natale ed ormai ho smesso di credere alle favole da molto tempo.
Finimmo la conversazione con qualche altra rimembranza dei tempi andati e quando la pendola batté le undici, cedemmo al richiamo del sonno. Io mi ritirai nella mia stanza con un trattato di anatomia da sfogliare per fini soporiferi, ed Holmes prese con sé una scatoletta che sapevo contenere quei medicinali ai quali ricorreva sempre più frequentemente. 
Non riuscii a finire il capitolo riguardante la rotula e le sue articolazioni, che caddi nel sereno oblio dei giusti. Ma il ripieno del tacchino servito per cena non ebbe la creanza di transitare velocemente attraverso il mio stomaco, anzi si soffermò a lungo causandomi un senso di disagio che innescò mille fantasmagorici sogni ed uno sgradevole senso di pesantezza. Pertanto non saprei dire se fu immaginario o reale il trambusto che mi parve di udire proveniente dal salotto in un’ora imprecisata della notte. Comunque non ci feci caso più di tanto, impegnato com’ero a combattere a fianco di Don Chisciotte contro degli strani mulini che al posto delle pale mostravano la faccia scorbutica della signora Hudson.
La mattina successiva i fumi notturni si dissolsero ed aprii gli occhi sentendomi di ottimo umore e con una strana eccitazione addosso. Spalancai la finestra della mia camera abbeverandomi dell’aria fresca mentre un pallido sole faceva sembrare bella anche Baker Street, a quell’ora deserta ed imbiancata da un rilucente manto di candida neve appena caduta.
-Watson, Watson, non dovevate! – Il richiamo stentoreo della voce del mio amico mi giunse imperioso da oltre la porta. Evidentemente si doveva essere alzato prima di me ed ora, in salotto, richiedeva la mia presenza.
-Cosa? - Urlai di rimando, solamente per avere una risata come risposta. Incuriosito affrettai le abluzioni mattutine per raggiungere Holmes.
-Allora Sherlock, che vi prende? Cosa non avrei dovuto fare? – L’investigatore con la pipa stretta tra i denti e con indosso una sgargiante vestaglia di velluto rosso, mi guardò con aria maliziosa.
-Questo pacchetto con scritto sopra il mio nome. Eravamo d’accordo di non farci alcun regalo quest’anno, ma mi accorgo che non siete stato di parola.
-Veramente Holmes, io…
-Aspettate! Anche questo…Mi accorgo adesso che vi siete voluto disturbare addirittura con un altro presente. Fatemi vedere. – Pronunciando queste parole, l’uomo si chinò per raccogliere un’altra scatola che era scivolata dietro una poltrona vicino al camino.
-No, questo non è per me. Capisco che abbiate voluto creare un clima festoso, ma giungere fino al punto di incartarvi da solo un regalo e scriverci sopra il vostro nome, mi sembra un po’ eccessivo.
-Ma, vi assicuro…
-Siete impagabile, Watson. Avete voluto farmi una sorpresa che non ricevevo dai tempi dell’infanzia. Non so come ringraziarvi.
-Un momento, Holmes, fatemi parlare. Questo fatto dei pacchetti…non sono stato io! E’ la prima volta che li vedo e la vostra sorpresa è pari alla mia.
-Che intendete? Se non mi state prendendo in giro, state affermando di non essere stato voi a portare in casa i due regali.
-Esatto, proprio così.
-Beh, questo è un mistero. Voi non l’avete fatto, io non ci avevo pensato minimamente, come può essere? – La mente analitica del detective si mise in funzione automaticamente. – Consideriamo inoltre che ieri sera i pacchetti non c’erano e che l’appartamento è stato chiuso a chiave per tutta la notte. Altre entrare in questi locali non ce ne sono e poi chi si sarebbe disturbato a farci trovare dei pacchetti nella mattina di Natale? Piuttosto Watson, apriamoli e vediamo cosa contengono. – Ci precipitammo a scartare ognuno il suo regalo con la frenetica curiosità di due bambini. Quando vidi il mio rimasi a bocca aperta. Era un libro d’antiquariato che desideravo da molto tempo e che non ero mai riuscito a trovare da nessuna parte.
-E voi Holmes, cosa avete trovato? – Mi accorsi che il mio amico aveva gli occhi lucidi mentre tirava fuori dalla scatola una piccola scultura raffigurante un puledro.
-E’ Autumn Glory, il cavallo che possedevo da ragazzo. Fu l’unico mio amico per buona parte della mia giovinezza e la compagnia di tante giornate altrimenti solitarie. Mi capiva e sapeva consolarmi come nessun altro e quando morì piansi tutte le mie lacrime. Non l’ho mai dimenticato. – Restammo entrambi assorti e pensierosi per alcuni istanti, stupiti di quei regali tanto giusti per ognuno di noi.
-Comunque Holmes, al di là del fatto che questi doni ci facciano piacere, la domanda rimane: chi è il latore? E come ha fatto ad indovinare cosa portarci? Ma, soprattutto, come è potuto entrare in salotto? Siete voi l’investigatore: orsù, fate onore alla vostra fama! – Io ero molto incuriosito, ma vidi che il mio amico si stava concentrando per raccogliere il guanto di sfida lanciato alla sua intelligenza. Cominciò a camminare per la stanza sbuffando fumo dalla pipa come la ciminiera di una locomotiva e nello stesso tempo parlottava tra sé.
-Nessuna entrata…salvo la canna fumaria del camino, naturalmente…due pacchetti ben incartati…il mio nome in forma confidenziale…anche Watson…rumori nella notte…fuliggine sul tappeto…porte sbarrate…niente di rubato…coincidenza con la festività…
-Ebbene? – Sollecitai distogliendolo dalla sua maratona casalinga.
-Allora, caro Watson, è un classico delitto della porta chiusa. Salvo che qui non c’è crimine, anzi un’opera buona. Il meccanismo però è lo stesso: apparentemente senza soluzione. Nessuna possibilità di entrare, né di uscire, e solo un elemento nuovo sulla scena che prima non c’era. Non si tratta di cadaveri, bensì di regali, ma sembrano incongrui ugualmente.
-Quindi?
-Bisogna pertanto ricorrere alla teoria dell’esclusione.
-Che dice…
-Enuncia come al momento in cui si escludano tutte le cause impossibili di un certo avvenimento, le ipotesi che rimangono, anche se improbabili, devono essere quelle vere.
-Nel nostro caso?
-Non può essere entrato nessuno, ma c’è un personaggio che non passa attraverso le porte e che conosce i desideri di tutti. Si muove soltanto la sera di Natale e porta la felicità in ogni casa. Non si fa vedere, ma lascia il segno del suo passaggio nel cuore di chi crede in lui. E’ un signore anziano che però non invecchia mai, esattamente come i sogni che ci portiamo dentro fin dall’infanzia. Viene cercando di fare meno rumore possibile e poi si allontana nel cielo notturno. Insomma, l’identikit è chiaro: si tratta di Babbo Natale!
-Perbacco Holmes, è la prima volta che vi vedo contento di non aver preso un colpevole!
-Buon Natale, Watson!
-Buon Natale, Holmes! – Arrossisco mentre lo scrivo, ma devo confessare che per la prima volta, e forse l’ultima, ci abbracciammo sorridendo come due bambini. Magari quest’ultima frase la cancello.






sabato 4 novembre 2017

L'anno legale

Una volta all’anno, nella notte tra il 28 e il 29 ottobre, le convenzioni internazionali stabilirono che si dovessero mettere indietro le lancette dell’orologio di un anno. Gli economisti avevano calcolato che, cancellando ogni dodici mesi un analogo periodo già vissuto, si sarebbe rimandata la vecchiaia praticamente all’infinito risparmiando milioni di bitcoin.  Da quando fu presa tale decisione, ogni individuo censito all’anagrafe mantenne l’età che aveva in quel momento. Di conseguenza i bambini continuarono a giocare come stavano facendo, mentre gli adolescenti furono felici di andare a scuola, tanto ormai conoscevano a memoria le materie sulle quali venivano interrogati. Gli adulti si compiacquero della loro maturità, mentre i vecchi allontanarono la paura della morte. L’INPS gioì: non aumentò il monte pensioni da pagare, mentre chi lavorava continuò a versare contributi all’infinito. Le case farmaceutiche poterono programmare con precisione il numero dei pannolini e dei pannoloni da produrre basandosi sul numero esatto dei consumatori già esistenti ed i preti seppero esattamente di quante ostie approvvigionarsi per le prime comunioni che si ripetevano costantemente con lo stesso numero di catecumeni. I genitori furono contenti di rimandare all’infinito il momento in cui i figli se ne sarebbero andati da casa, mentre i ragazzi dovettero convivere con il desiderio inappagato di passare dal motorino alla macchina. Insomma, pur con qualche piccolo inconveniente, il risparmio per la società risultò evidente e di fronte al rimpinguamento della casse dello Stato, ogni obiezione venne rintuzzata. Solo la Natura non era d’accordo. Le Grandi Organizzazioni Mondiali non erano riuscite a modificare il ciclo delle stagioni e gli effetti provocati dallo scorrere del tempo su tutti gli organismi viventi. Gli alberi continuavano a trasformarsi partendo dal germoglio fino all’alto fusto, i cuccioli degli animali diventavano individui formati ed in generale ogni cosa mutava per poi deperire. Ma l’uomo, no! Si era deciso di non darla vinta al tempo che passava e tale proposito fu mantenuto rigidamente. Per ingannare l’orologio biologico fu deciso di istituire una Commissione e fornirla dei poteri più ampi di controllo e coercizione. Fu chiamata: “Il Gran Consiglio dei Chirurghi Estetici” e si riuniva regolarmente per imporre ad ogni essere umano di sottoporsi all’annuale restyling atto a mantenere un aspetto fisico sempre uguale.  Da quel giorno si videro in giro facce tirate tutte uguali che stentavano a sorridere per mancanza di pelle utile da tendere sul viso, donne con seni lievitanti e mani maculate, capigliature di tutte le sfumature, dal paglierino al fulvo, senza alcuna concessione al bianco, pance tirate senza grasso ma con grandi collane di cicatrici. Si facevano concorsi per “Miss Botulino” o “Mister Estrogeno” e il Nobel per la Letteratura non fu più assegnato per mancanza di concorrenti. Divenne Presidente della Federazione una maschera di cera che rappresentava un uomo di cinquant’anni, anche se si diceva ne avesse più di ottanta. Solo i poveri invecchiavano manifestamente, gli altri non era dato di sapere.

Nicolino venne alla luce in una casetta spersa in un bosco di larici sulle pendici delle montagne e sua madre non volle denunciarlo all’anagrafe per non essere costretta ad allattarlo all’infinito. Anche per i nuovi nati valeva infatti il principio del tempo rinculante e per un genitore poteva essere un problema avere un pargolo con la barba al quale si era costretti a cambiare il pannolino. Quindi lui crebbe come un “buon selvaggio” senza coercizioni imposte dalla società civile. Verso gli otto anni volle andare in città. Prima d’allora non aveva mai visto altri adulti oltre la madre e trovarsi con tanta gente intorno che lo guardava con occhi spiritati dalla strana espressione, fu per lui uno shock. L’apparizione di un giovane individuo, all’apparenza non condizionato, fu subito segnalata alle autorità che non persero tempo a fermalo per portarlo innanzi al Presidente ed al Consiglio per decidere della sua sorte. Nicolino non seppe trattenersi. Quando vide il Capo del Governo con la fronte spianata, un sorriso falso di trentadue denti di porcellana e gli occhi che non riuscivano a chiudersi del tutto per mancanza di pelle, rimase stupefatto. Poi notò anche il collo avvizzito e le mani adunche e capì. Con la sincerità dell’innocenza, in mezzo a tutti i notabili ed alla gente accorsa per l’occasione, se ne uscì gridando: “Quell’uomo sembra giovane, ma è VECCHIO!” Una risata seppellì il potere con i suoi soprusi e tutti, vergognandosi, si accontentarono solo dell’ora legale abbandonando per sempre la presunzione di fermare il tempo. 

giovedì 19 ottobre 2017

Tre petali e un fiore

Colgo un fiore in un campo
E poi un tre petali in un altro.
Aspiro il profumo di un ricordo
E lo lego con la melodia di una canzone.
Sento nell’aria un balzo del cuore
E lo prendo come l’ultimo treno di un desiderio
Perso, sperso, solitario, illusorio, vago, vano,
Bello, triste, disperato e unico per vivere.
E riempio le mie braccia di un fascio di corolle
Di mille colori e di cento promesse
Legandolo con il filo di un sentimento che mai,
mai per l’eternità di un mai, si potrà sciogliere.
Poi lo dono a te, se lo vuoi.
E tu lo prenderai per metterlo sul davanzale
Della finestra che si apre sulla tua vita.
Ogni mattina guarderai il sole e sentirai quel profumo
Che ti parlerà del mio amore, ovvero di me,
E ti consolerai, ma piano che il mondo non senta.




venerdì 22 settembre 2017

Certe notti



“Certe notti la macchina è calda e dove ti porta lo decide lei. Certe notti la strada non conta
e quello che conta è sentire che vai.” A squarciagola Mario cantava il Liga scimmiottando il cipiglio tipico del rocker emiliano. Alla guida del suo camion percorreva la via Emilia forse per la decima volta in quel mese ed ormai gli sembrava di guidare col pilota automatico. Attraversava paesotti e cittadine, costeggiava i campi arati, scavalcava su ponti di ferro piccoli rivi ed il fiume gigantesco e placido che dominava la pianura. Ogni tanto, seguendo il nastro d’asfalto, si tuffava in qualche boschetto di betulle che con gli alti tronchi tutti in fila, rompeva la monotonia di una campagna piatta ed infinita. Conosceva ormai ogni svolta e tutte le traverse che sgusciavano via dalla strada principale; avrebbe addirittura potuto elencare la successione delle trattorie indicando per ciascuna la rispettiva specialità e la qualità del lambrusco. Era in confidenza con tutte le ostesse e si fermava volentieri da quelle che non solo gli portavano i piatti in tavola, ma lo facevano anche sentire in famiglia con la loro bonomia sempre paciosa e talvolta maliziosa. Qualcuna era anche belloccia, spesso in carne, con fianchi generosi e seni prosperosi che mettevano di buon umore solo a guardarle. Non poche volte Mario aveva scambiato una carezza per un sorriso e qualche mezz’ora con pochi soldi di ringraziamento. “Certe notti fai un po' di cagnara che sentano che non cambierai più. Quelle notti fra cosce e zanzare e nebbia e locali a cui dai del tu.” Il camion di Mario si distingueva per un festone di luci sopra la cabina e la scritta dietro al cassone che riportava il soprannome con il quale era conosciuto: “Il Tigre”. Le professioniste lungo la via lo riconoscevano da lontano e quando l’incrociavano gli facevano sempre un cenno di saluto che lui ricambiava sporgendosi dal finestrino e chiamandole per nome. Affermare che fosse felice sarebbe esagerato, ma la sua vita gli piaceva ed era consapevole che questa era una fortuna riservata a pochi.

Una sera Mario guidava più stanco del solito. Aveva fatto tre consegne tra Formigine e Montecchio ed ogni volta si era lasciato convincere a dare una mano nello scarico. Era un lavoro pesante e delicato, specialmente se si trattava di cartoni di vino che rischiavano sempre di cadere mandando in frantumi le bottiglie. Doveva tornare a casa e si teneva sveglio cantando appresso alla radio. I fari rompevano il buio tutt’intorno ed il muso del vecchio Ducato fendeva la notte come la prua di una nave in un mare di tenebra. Non bastava la fioca luce gialla di qualche lampione a dissolvere il soffice velo di una nebbia fitta a banchi come improvvisi sbuffi di un’irraggiungibile locomotiva. “Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c'è. Certe notti se sei fortunato bussi alla porta di chi è come te.” Forse per l’ora tarda il traffico era molto scarso e sembrava di viaggiare soli in un mondo desolato di macchine e persone. Improvvisamente Mario vide, in lontananza, sul ciglio della strada, una donna con la mano alzata nel classico gesto dell’autostoppista. Non era sua abitudine caricare estranei, ma quella figura solitaria, con un trench stretto in vita sotto la pioggerella che sembrava averle inzuppato i capelli, lo fece rallentare. Sembrava una giovane magra e piccolina, persa e forse bisognosa d’aiuto. Mario si fermò.

-Dove vai? – Le chiese.

-Non molto lontano, – rispose lei – ma di notte ho paura ad andare per i campi. Può darmi un passaggio? – La ragazza pronunciò queste parole con lo sguardo quasi sempre basso o sfuggente, poi, in attesa della risposta, alzò il viso e guardò Mario dritto negli occhi. L’autista restò un momento sconcertato dagli occhi della giovane che sembravano stonare in un viso quasi da bambina. Avevano un’espressione vissuta, quasi antica, di quelle che si vedono nei vecchi quando ripensano alla loro vita, ma nello stesso tempo celavano un fondo di ironia, forse di divertimento. Era una cosa strana, un po’ inquietante, ma le gocce che le rigavano il volto ed il lieve tremito che a tratti scuoteva il gracile corpo della ragazza, convinsero l’uomo.

-Vieni, sali. Come ti chiami?

-Grazie, Veronica. E lei?

-Io, Mario. Ma dammi del tu. Dove ti porto?

-Fra cinque chilometri c’è un gruppo di case che si vede dalla strada. Puoi lasciarmi vicino alla chiesa poco prima, che poi da lì sono due passi.

-D’accordo.

Durante il tragitto restarono quasi sempre in silenzio. Mario si sentiva un po’ a disagio, e per lui era una sensazione nuova. La ragazza non sembrava una di campagna, anzi pareva uscita da una di quelle illustrazioni che ritraggono le signorine per bene dell’ottocento. Si teneva composta sul sedile, con le diafane mani dalle lunghe dita incrociate sul grembo. Lui ogni tanto le lanciava uno sguardo di sottecchi, ma lei non se ne accorgeva, o faceva finta.

-Ti posso chiedere quanti anni hai, Maria?

-Ventidue, compiuti da poco.

-Avrai un bel moroso, vero? – Cercò di scherzare l’uomo.

-L’avevo, è morto in guerra.

-Oh, mi dispiace. Un militare?

-Alpino. – “Durante una missione all’estero.” Pensò Mario ma non ebbe il coraggio di chiederlo. Dopo questo beve scambio di battute tacquero nuovamente entrambi, lasciando solo la radio a rompere il silenzio. “Non si può restare soli, certe notti qui, che se ti accontenti godi, così così. Certe notti son notti o le regaliamo a voi. Certe notti qui, certe notti qui, certe notti qui, certe notti…”

-Ferma, va bene qui. – Mario accostò al ciglio della strada.

-Aspetta. - Disse lui – Le case non sono poi tanto vicine. Se vuoi, parcheggio e ti accompagno.

-No, no, grazie. Non ti preoccupare, costeggio la Chiesa e sono arrivata.

-Come vuoi. Allora, ciao Veronica.

-Ciao Mario, mi ha fatto piacere incontrare un gentiluomo. – Beh, l’avevano chiamato in tante maniere durante la sua vita, ma gentiluomo…

La ragazza scese dal Ducato e si avviò lungo il marciapiede per un breve tratto, dopo di ché prese uno sterrato e sparì inghiottita dal buio. In quel momento si alzò una folata di vento impetuoso che scosse le fronde degli alberi ai lati della strada in maniera violenta. Rumore di foglie, il sibilo del vento tra i rami, colpi secchi e forti tonfi, tutto in un turbinio di tempesta inaspettato. Durò poco, poi la raffica passò e la nebbia avvolse nuovamente il paesaggio. Sulla via Emila tornò una quiete densa e colma di tutti i segreti che la pianura non voleva rivelare.

Mario accese il motore e riprese il suo viaggio. Dopo qualche minuto si accorse che, sul sedile accanto al suo, Veronica aveva dimenticato una piccola borsa. “E adesso? Forse le servirà. Guarda tu cosa mi tocca fare…” Disse tra sé mentre, di malavoglia, sfruttava uno slargo per fare inversione di marcia. Velocemente tornò al punto dove aveva lasciato la ragazza sperando di raggiungerla. Scese e si avviò, con passo veloce, per il sentiero che lei aveva imboccato. La mole della Chiesa era vicina ed un piccolo cimitero con vecchie lapidi ed angeli di marmo faceva da quinta ad una facciata ornata da colonne. Lo sguardo dell’uomo fu attirato da una delle pietre che spuntavano dal terreno. Non era più grande né più lavorata delle altre, anzi era quasi del tutto coperta da un’erba rampicante e pendeva su un lato, in procinto di cadere. L’uomo non si spiegò mai perché si sentì quasi costretto a fermarsi davanti a quella tomba, ma lesse distintamente il nome della povera defunta: “Veronica…1898 – 1920”. Aprì la borsetta. Non trovò niente tranne un bocciolo di rosa ormai secco, ma il profumo che ne scaturì non lo dimenticò mai più.

Mario percorse tante altre volte quel tratto della via Emilia, sempre sperando in cuor suo di rivedere quella fanciulla d’altri tempi. Ma forse era stato solo un sogno nella notte solitaria di un autista di camion.

“Certe notti sei solo più allegro, più ingordo, più ingenuo e coglione che puoi. Quelle notti son proprio quel vizio che non voglio smettere, smettere, mai. Certe notti qui, certe notti qui, certe notti qui.”




domenica 27 agosto 2017

Rano

<Rano! Rano! Rano!> Il soprannome lo aveva perseguitato per tutte le prime classi delle elementari, poi lui si irrobustì, distribuì qualche pugno ben assestato ai più spiritosi e fu lasciato in pace. O meglio, continuarono a chiamarlo “Rano”, ma con simpatia e rispetto, per non farlo arrabbiare. Era un ragazzo dotato di un fisico prestante e di un’intelligenza vivace. Entrava facilmente in simpatia, anche per le sue battute pronte che non risparmiavano nessuno tra i compagni ed i professori, ma gli occhi un po’ sporgenti e la bocca larga lo facevano somigliare ad un batrace, per il divertimento di chi l’incontrava. Divertimento che durava poco, spento da una battuta salace e, ove non bastasse, dalla minaccia di passare alle vie di fatto. Andava bene a scuola e, specialmente nelle materie letterarie, era sempre tra i primi. Il professore lo chiamava spesso vicino alla cattedra per declamare qualche poesia ed, in quei momenti, sembrava che il Rano si trasfigurasse, tanto si immedesimava nei versi che stava leggendo. Era così ispirato da riuscire, in qualche maniera, ad affascinare anche i compagni che rimanevano in silenzio ad ascoltarlo, con grande gioia dell’insegnante. La sua generosità nel passare sottobanco le versioni di latino e nel suggerire sempre quando gli occhi imploranti di qualche disperato sotto interrogazione lo fissavano come l’ultima speranza, gli avevano dato una popolarità che spesso si confondeva con l’affetto. E poi, sapeva ascoltare. A ricreazione i compagni maschi spesso dicevano a lui quello che non avrebbero detto a nessun altro e se avevano qualche problema, o volevano soltanto sfogarsi, erano sicuri di trovare una spalla sempre disponibile ed un vero amico. Le femmine, se possibile, erano ancora più assillanti. Gli riconoscevano una sincerità ed una lealtà rara tra i coetanei dell’altro sesso, e gli confidavano “tutto” aspettando un consiglio che, venendo da un maschio, erano certe non sarebbe stato influenzato da gelosie o invidie.
Ma era brutto.
Le ragazze, dopo averlo ascoltato, e magari ringraziato con un bacetto sulla guancia, si allontanavano da lui per correre appresso ai bellocci della scuola, lasciandolo solo e spesso malinconico. Al Rano mancava l’amore. Il suo cuore traboccava di quel sentimento che sentiva così forte e disperato, ma se non provava mai alcuna paura nell’affrontare qualunque prova la sua giovane vita gli sottoponesse, non si sentiva in grado di proporsi a nessuna ragazza, tanto era certo di venire rifiutato. Era conscio del suo aspetto ed era sicuro di rendere ridicola qualsiasi parola dolce dovesse uscire dalla sua larga bocca e che uno sguardo languido si sarebbe rivelato patetico riflesso nei sui occhi a palla.
In particolare c’era lei: Rossana. Erano compagni dalle elementari, e lui l’amava da allora. Può sembrare esagerato parlare d’amore per un bambino o poi per un ragazzino e quindi per un giovane uomo, ma i sentimenti non hanno età e sono tutti importanti ed intensi per chi li vive. Si erano conosciuti con il grembiulino ed il Rano aveva sentito subito che se lei gli avesse chiesto la merenda, o qualsiasi altra cosa, lui sarebbe stato pronto a sacrificarsi. Di Rossana gli piacevano le prime trecce e dopo la frangetta, le fossette sulle guance e come correva appresso alla palla. Piangeva con lei quando la rimproveravano e gioiva per lei quando gli raccontava qualche storia bella. Erano da sempre amici e lui, avendo il timore di perderla se si fosse spinto troppo in là, era stato costantemente attento a rendersi disponibile, ma con un certo distacco per mascherare la bufera che la vicinanza della ragazza gli scatenava dentro ogni volta che s’incontravano.
Un giorno Rossana gli si avvicinò dopo la scuola, nel tragitto per andare a casa. Sembrava imbarazzata, ansiosa, preoccupata per qualcosa che gli doveva dire, ma che forse non aveva il coraggio di affrontare.
-Senti Cì, è da tanto che ci penso. Noi ci conosciamo da sempre e, tu lo sai, io ho sempre tenuta cara la tua amicizia. Anzi, in tutto questo tempo credo che tra noi sia nato qualcosa che è più grande di una semplice amicizia. Vero?
-Certamente. – Rispose lui. – Tu sai che io per te farei qualsiasi cosa.
Mentre pronunciava queste parole, il cuore del ragazzo faceva le capriole come impazzito. Forse lei si era finalmente accorta del suo sentimento e lo ricambiava. Forse, dopo tanto tempo, la sua pazienza veniva premiata. Forse la forza dell’amore si era sprigionata da lui e aveva travolto le difese della ragazza. Forse lei aveva riconosciuto tutti i piccoli e grandi segnali che Rano le aveva lanciato per farle capire quanto fosse importante per lui. Forse il Dio dell’amore ricompensava in quel momento tutte le pene che aveva sofferto. Forse anche per lui era venuto il tempo delle rose e del miele. Oh, Gesù, forse, forse, forse.
-Lo so, Cì. Anch’io, ed è per questo che ti volevo parlare. Sai Cì, ultimamente mi sta succedendo qualcosa che non mi aspettavo. E’ come se mi sentissi pronta a sbocciare. Fatti conto un fiore che ha vissuto per mesi sotto la neve e che con i primi caldi apre la corolla per ricevere i raggi del sole. Quello di cui parliamo sempre tra amiche, sta succedendo anche a me: provo una sensazione nuova.
-Ti capisco. – Disse Rano, ancora prudente, ma eccitato come non mai.
-Ecco Cì, vedi, non so come dirlo.
-Dimmelo, o non dirmelo, non importa. Lascia che il sentimento fluisca dalle tue labbra e tutte le parole del mondo non avranno più significato di fronte allo splendore di una scheggia d’emozione.
-Vedi Cì, forse l’avrai già capito: sono innamorata.
“Oh, vita meravigliosa! Che il mondo si fermi e s’inchini al miracolo! Io sono pronto ed ho il cuore tra le mani pronto ad offrirlo a lei: Rossana. Oh, Rossana!” Così pensava il Rano, mentre lei faceva una breve pausa per poi riprendere il discorso.
-Sì Cì, finalmente ho trovato l’amore, e tu, intelligente come sei, l’avrai senz’altro già capito.
-Forse, cara. Ma, ti prego, parla. – Lui ormai era sicuro che la ragazza avrebbe pronunciato il suo nome legandosi con una promessa. Sentiva che la sua amata finalmente l’avrebbe ricambiato.
-Ecco Cì, tu sei il mio più caro amico e te lo devo dire: mi sono innamorata di Cristiano. – Il sole si spense ed il tempo, per il giovane, si fermò. Gli calò un velo sugli occhi e la sua anima si ripiegò affranta in fondo, in fondo, sotto lo spesso strato della delusione. Il Rano si era sbagliato, aveva equivocato, non era lui l’oggetto del desiderio di Rossana. Ma d’altronde cosa si aspettava? Era brutto, lo era sempre stato e lo sarebbe stato per sempre. Rossana era bella ed era naturale che s’innamorasse di uno bello come Cristiano. Pazzo! Pazzo e ridicolo a sperare qualcosa d’impossibile. Il suo ruolo era quello dell’amico e si sarebbe dovuto accontentare.
-Ah, bene. E quindi? – Disse lui con la voce strozzata, sperando che la ragazza non s’accorgesse di niente.
-Ti volevo chiedere un favore. – Disse lei. – Cristiano non si decide a dichiararsi, sai che non è uno di molte parole. Vedi Cì, dovresti andare da lui e dirgli che anche se è timido e non vuole parlarmi, almeno mi mandasse un sms o una mail con delle parole carine e poi…da cosa nasce cosa. Non credi, Cì, che così si potrebbe sbloccare la situazione? – Le parole di lei gli arrivarono come dal fondo di una galleria, ovattate e rimbombanti, ma ne colse il senso.
-Certo Rossana, andrò da Cristiano e glielo dirò.
-Grazie, Cì. Sapevo di poter contare su di te. – Certo, tutti potevano contare su di lui, ma i suoi conti non tornavano mai ed a nessuno importava.
Questo Cristiano era un bellimbusto dalla risata facile e dagli scherzi grevi. Era il capitano della squadra di pallacanestro della scuola e non c’era domenica in cui si giocava una partita, che un manipolo di ragazzette non occupasse le gradinate dei Palazzetti per incitarlo con il loro tifo adorante. Il “pavone” ovviamente faceva la ruota collezionando amorazzi tanto numerosi quanto fugaci. Il Rano non capiva come una ragazza intelligente e sensibile come la sua Rossana, potesse aver perso la testa per un simile stolido manzo. Ma tant’era, ed avendo preso con lei un preciso impegno, fece in modo di trovare un momento nel quale Cristiano fosse solo per potergli parlare.
-Ciao bello!
-Oh Rano, che vuoi?
-Ho un’ambasciata per te.
-Un’ambasciata? Che vuol dire?
-Vabbè, ti devo dì ‘na cosa.
-Cosa?
-C’è una che ti batte i pezzi e vorrebbe che ti facessi avanti.
-Ancoraaa? Dille di mettersi in fila, alla pischella.
-No, ascolta. Lei è una tipa speciale. Che ti costa? Mandale un messaggio o una mail dicendo che l’hai notata e vorresti uscire con lei. Poi vedrai tu come comportarti. – Cristiano ci pensò un po’ su, ma poi la vanità vinse la pigrizia e disse:
-Uhmmm, d’accordo. Posso mandare un sms con scritto: “Vediamoci.” – Al Rano ribolliva il sangue: quel cerebroleso non era degno dell’attenzione di Rossana, e lei, se era vero che si era innamorata, non meritava di essere trattata come una delle tante. Ancora una volta decise di sacrificarsi per far felice la sua amata.
-Senti Cristiano, se le scrivi così, certamente non la colpisci. Lei è una ragazza romantica e vuole sentire parole che significhino qualcosa. Devi sforzarti un po’ di più.
-Ahò, non mi va’. E poi io non so scrivere, non sono capace.
-Non ti preoccupare, - disse il Rano – per questo ti posso aiutare. Ti preparo il testo di qualche mail che copierai sulla tua casella di posta per poi mandarle a Rossana, così lei ti apprezzerà e tu la conquisterai definitivamente. D’accordo?
-Se lo dici tu…
Per il Rano era un compito facilissimo. Nelle mail riversò tutto il suo sentimento e la sua sensibilità. S’immedesimò nell’oggetto dell’amore di Rossana e, con le parole, la prese per mano facendola volare per i cieli dell’immaginazione dove s’incontrano i destini degli amanti. Lui scrisse, e Cristiano firmò, quelle missive elettroniche che vennero ricevute dalla ragazza come la prova che l’amore puro e totalizzante del quale aveva letto nei romanzi rosa esisteva veramente e che lei ne era finalmente la protagonista.
Andò avanti per qualche tempo, finché i due giovani non si dettero un appuntamento. Il Rano ne era al corrente ed il giorno dopo andò da Cristiano per sapere come fosse andata.
-Male. – Disse il ragazzo. – Ci siamo visti, Rossana ha cominciato a parlare ripetendomi le frasi delle mail, io mi sono sentito in imbarazzo perché non sapevo cosa dire e l’ho piantata lì. Me ne sono andato inventando una scusa.
-Non è possibile! – Rispose l’altro. – Non la puoi trattare così. Adesso vado a casa ed, a nome tuo, le scrivo subito un’altra mail per metterci una pezza. - Il Rano era quasi offeso per interposta persona ed immaginava la delusione di Rossana. Il suo amore per lei era tanto grande che soffriva nel pensarla amareggiata e voleva almeno far uscire di scena Cristiano nella maniera più dignitosa.
Si precipitò al suo computer e, dopo aver impostato l’indirizzo della ragazza, cominciò a scrivere inventando una storia che, in qualche modo, potesse giustificare la fuga di Cristiano. Come al solito l’avrebbe firmata col nome dell’amico sperando così che lei non ci rimanesse troppo male. Era assorto nella creazione quando sentì bussare alla porta della sua stanza.
-Tu? Cosa ci fai qui? – Il Rano rimase stupefatto nel vedere Rossana che era andata a trovarlo. Per la sorpresa alzò le dita dalla tastiera del pc senza pensare di spengerlo.
-Cì, non sai cosa è successo. Ero all’appuntamento con Cristiano quando… - In quel momento Rossana notò il monitor del computer sul quale spiccava la mail indirizzata a lei, e capì.
-Tu, sei stato tu, Cì? Le hai scritte tutte tu quelle bellissime mail firmate da quell’altro? Ma perché l’hai fatto?
-Non capisci, Rossana? Per me è stato come parlarti per la prima volta a cuore aperto. Ho potuto dirti che ti amavo senza la paura di essere ridicolo e senza crearti l’imbarazzo di dovermi rifiutare.
-Cì, Rano, ma io la tua dichiarazione l’aspettavo da tanto tempo. Anche la tresca con Cristiano l’avevo montata per ingelosirti e darti coraggio. Finalmente ci sono riuscita.
Cirano e Rossana, contrariamente ai loro omonimi letterari, cominciarono la loro storia suggellando il patto d’amore con un bacio che, come si sa, altro non è che una chiocciola rosa tra le parole “amo@te.”




giovedì 3 agosto 2017

Piero Angela

Piero Angela mi mette a disagio. Con quell’aria tra il professore di matematica ed il colonnello sabaudo, ogni volta che lo guardo sembra quasi che mi rimproveri per non aver fatto i compiti o per le scarpe non lustrate a specchio. Tratta ogni argomento con una levità distaccata, come ad intendere che qualsiasi cosa si può prendere in considerazione, ma per lui sono solo quisquilie in relazione al livello in cui vive, dove la materialità è sublimata in una forma di eterea e panteistica saggezza cosmica. A volte, raramente e con rispetto parlando, scivola nella pedanteria, ma lui può permetterselo come un vecchio asceta che si sforzi vanamente di indottrinare degli allievi scapocchioni. Naturalmente non mi azzardo a cambiare canale e solo una lieve intermittente “cecagna” mi è d’aiuto con brevi, malcelati, pisolini nel tirare fino alla fine di un “Super Quark” senza cedere alla tentazione dell’abbandono. L’eminente giornalista è uso contornarsi di una congrega di collaboratori che forse esistono solo sui titoli di coda o sono defunti da molto tempo, visto che appaiono unicamente nelle trasmissioni del loro Guru. I nomi di questi inviati sono chiaramente frutto della fantasia del deus ex machina del programma, che si vuol velare di una democraticità fittizia, mentre probabilmente è solo lui che, uno e plurimo, tira le fila delle varie puntate. Giangi Poli: non esiste, chi l’ha mai incontrato a una riunione di condominio o dal barbiere? Paco Lanciano: improbabile, col nome di un peones messicano ed il cognome di una periferia. Lorenzo Pinna: ogni tanto si fa vedere, ma non si è mai presentato: sospetto.
Qualche sera fa, il Gandalf di RAI 1, con un sorrisetto velatamente sadico, ha portato in studio un grande mappamondo sezionato per mostrarne l’interno. Ha messo in evidenza, supportato e mai contradetto dal sedicente esperto di turno, come la nostra beneamata Terra assomigli a un arancino siciliano. La panatura corrisponde alla crosta terrestre, la parte del riso sono rocce in movimento e la mozzarella filante è il nucleo centrale. (Il paragone gastronomico è mio, mi scuso per la volgarità non confacente a cotanta rubrica). Questo nocciolo magmatico pare sia composto da un materiale fluido ed incandescente a circa seimila gradi centigradi che mette in movimento tutta la massa che lo contorna, fino a sfociare in superfice nelle manifestazioni vulcaniche o nei terremoti. Angela ha posizionato, come in un puzzle che non combacia, le varie placche continentali con le relative faglie di scorrimento, annunciando serafico che lo sfregamento di quei tasselloni provocherà l’armageddon e che noi, ovviamente, non possiamo farci niente. Lo sapevamo o l’avremmo potuto supporre. Siamo consci e consapevoli della nostra inanità di fronte alla forza della natura, ma ricordarcelo dopo cena, a cosa serve? Forse a farci andare a letto pensando che sotto ai nostri piedi c’è una specie di perenne barbecue in attesa di fare di noi salcicce; oppure a distoglierci dallo schiacciare quella fila di formiche vicine al tavolo della cucina che, in fondo, nell’ordine del creato hanno la nostra stessa, identica, rilevanza?

 L’aria sulla quarta corda di Bach, con i titoli di coda, consente finalmente di cambiare canale. Un sano Vanzina d’evasione, da qualche parte, lo si trova.