venerdì 22 settembre 2017

Certe notti



“Certe notti la macchina è calda e dove ti porta lo decide lei. Certe notti la strada non conta
e quello che conta è sentire che vai.” A squarciagola Mario cantava il Liga scimmiottando il cipiglio tipico del rocker emiliano. Alla guida del suo camion percorreva la via Emilia forse per la decima volta in quel mese ed ormai gli sembrava di guidare col pilota automatico. Attraversava paesotti e cittadine, costeggiava i campi arati, scavalcava su ponti di ferro piccoli rivi ed il fiume gigantesco e placido che dominava la pianura. Ogni tanto, seguendo il nastro d’asfalto, si tuffava in qualche boschetto di betulle che con gli alti tronchi tutti in fila, rompeva la monotonia di una campagna piatta ed infinita. Conosceva ormai ogni svolta e tutte le traverse che sgusciavano via dalla strada principale; avrebbe addirittura potuto elencare la successione delle trattorie indicando per ciascuna la rispettiva specialità e la qualità del lambrusco. Era in confidenza con tutte le ostesse e si fermava volentieri da quelle che non solo gli portavano i piatti in tavola, ma lo facevano anche sentire in famiglia con la loro bonomia sempre paciosa e talvolta maliziosa. Qualcuna era anche belloccia, spesso in carne, con fianchi generosi e seni prosperosi che mettevano di buon umore solo a guardarle. Non poche volte Mario aveva scambiato una carezza per un sorriso e qualche mezz’ora con pochi soldi di ringraziamento. “Certe notti fai un po' di cagnara che sentano che non cambierai più. Quelle notti fra cosce e zanzare e nebbia e locali a cui dai del tu.” Il camion di Mario si distingueva per un festone di luci sopra la cabina e la scritta dietro al cassone che riportava il soprannome con il quale era conosciuto: “Il Tigre”. Le professioniste lungo la via lo riconoscevano da lontano e quando l’incrociavano gli facevano sempre un cenno di saluto che lui ricambiava sporgendosi dal finestrino e chiamandole per nome. Affermare che fosse felice sarebbe esagerato, ma la sua vita gli piaceva ed era consapevole che questa era una fortuna riservata a pochi.

Una sera Mario guidava più stanco del solito. Aveva fatto tre consegne tra Formigine e Montecchio ed ogni volta si era lasciato convincere a dare una mano nello scarico. Era un lavoro pesante e delicato, specialmente se si trattava di cartoni di vino che rischiavano sempre di cadere mandando in frantumi le bottiglie. Doveva tornare a casa e si teneva sveglio cantando appresso alla radio. I fari rompevano il buio tutt’intorno ed il muso del vecchio Ducato fendeva la notte come la prua di una nave in un mare di tenebra. Non bastava la fioca luce gialla di qualche lampione a dissolvere il soffice velo di una nebbia fitta a banchi come improvvisi sbuffi di un’irraggiungibile locomotiva. “Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c'è. Certe notti se sei fortunato bussi alla porta di chi è come te.” Forse per l’ora tarda il traffico era molto scarso e sembrava di viaggiare soli in un mondo desolato di macchine e persone. Improvvisamente Mario vide, in lontananza, sul ciglio della strada, una donna con la mano alzata nel classico gesto dell’autostoppista. Non era sua abitudine caricare estranei, ma quella figura solitaria, con un trench stretto in vita sotto la pioggerella che sembrava averle inzuppato i capelli, lo fece rallentare. Sembrava una giovane magra e piccolina, persa e forse bisognosa d’aiuto. Mario si fermò.

-Dove vai? – Le chiese.

-Non molto lontano, – rispose lei – ma di notte ho paura ad andare per i campi. Può darmi un passaggio? – La ragazza pronunciò queste parole con lo sguardo quasi sempre basso o sfuggente, poi, in attesa della risposta, alzò il viso e guardò Mario dritto negli occhi. L’autista restò un momento sconcertato dagli occhi della giovane che sembravano stonare in un viso quasi da bambina. Avevano un’espressione vissuta, quasi antica, di quelle che si vedono nei vecchi quando ripensano alla loro vita, ma nello stesso tempo celavano un fondo di ironia, forse di divertimento. Era una cosa strana, un po’ inquietante, ma le gocce che le rigavano il volto ed il lieve tremito che a tratti scuoteva il gracile corpo della ragazza, convinsero l’uomo.

-Vieni, sali. Come ti chiami?

-Grazie, Veronica. E lei?

-Io, Mario. Ma dammi del tu. Dove ti porto?

-Fra cinque chilometri c’è un gruppo di case che si vede dalla strada. Puoi lasciarmi vicino alla chiesa poco prima, che poi da lì sono due passi.

-D’accordo.

Durante il tragitto restarono quasi sempre in silenzio. Mario si sentiva un po’ a disagio, e per lui era una sensazione nuova. La ragazza non sembrava una di campagna, anzi pareva uscita da una di quelle illustrazioni che ritraggono le signorine per bene dell’ottocento. Si teneva composta sul sedile, con le diafane mani dalle lunghe dita incrociate sul grembo. Lui ogni tanto le lanciava uno sguardo di sottecchi, ma lei non se ne accorgeva, o faceva finta.

-Ti posso chiedere quanti anni hai, Maria?

-Ventidue, compiuti da poco.

-Avrai un bel moroso, vero? – Cercò di scherzare l’uomo.

-L’avevo, è morto in guerra.

-Oh, mi dispiace. Un militare?

-Alpino. – “Durante una missione all’estero.” Pensò Mario ma non ebbe il coraggio di chiederlo. Dopo questo beve scambio di battute tacquero nuovamente entrambi, lasciando solo la radio a rompere il silenzio. “Non si può restare soli, certe notti qui, che se ti accontenti godi, così così. Certe notti son notti o le regaliamo a voi. Certe notti qui, certe notti qui, certe notti qui, certe notti…”

-Ferma, va bene qui. – Mario accostò al ciglio della strada.

-Aspetta. - Disse lui – Le case non sono poi tanto vicine. Se vuoi, parcheggio e ti accompagno.

-No, no, grazie. Non ti preoccupare, costeggio la Chiesa e sono arrivata.

-Come vuoi. Allora, ciao Veronica.

-Ciao Mario, mi ha fatto piacere incontrare un gentiluomo. – Beh, l’avevano chiamato in tante maniere durante la sua vita, ma gentiluomo…

La ragazza scese dal Ducato e si avviò lungo il marciapiede per un breve tratto, dopo di ché prese uno sterrato e sparì inghiottita dal buio. In quel momento si alzò una folata di vento impetuoso che scosse le fronde degli alberi ai lati della strada in maniera violenta. Rumore di foglie, il sibilo del vento tra i rami, colpi secchi e forti tonfi, tutto in un turbinio di tempesta inaspettato. Durò poco, poi la raffica passò e la nebbia avvolse nuovamente il paesaggio. Sulla via Emila tornò una quiete densa e colma di tutti i segreti che la pianura non voleva rivelare.

Mario accese il motore e riprese il suo viaggio. Dopo qualche minuto si accorse che, sul sedile accanto al suo, Veronica aveva dimenticato una piccola borsa. “E adesso? Forse le servirà. Guarda tu cosa mi tocca fare…” Disse tra sé mentre, di malavoglia, sfruttava uno slargo per fare inversione di marcia. Velocemente tornò al punto dove aveva lasciato la ragazza sperando di raggiungerla. Scese e si avviò, con passo veloce, per il sentiero che lei aveva imboccato. La mole della Chiesa era vicina ed un piccolo cimitero con vecchie lapidi ed angeli di marmo faceva da quinta ad una facciata ornata da colonne. Lo sguardo dell’uomo fu attirato da una delle pietre che spuntavano dal terreno. Non era più grande né più lavorata delle altre, anzi era quasi del tutto coperta da un’erba rampicante e pendeva su un lato, in procinto di cadere. L’uomo non si spiegò mai perché si sentì quasi costretto a fermarsi davanti a quella tomba, ma lesse distintamente il nome della povera defunta: “Veronica…1898 – 1920”. Aprì la borsetta. Non trovò niente tranne un bocciolo di rosa ormai secco, ma il profumo che ne scaturì non lo dimenticò mai più.

Mario percorse tante altre volte quel tratto della via Emilia, sempre sperando in cuor suo di rivedere quella fanciulla d’altri tempi. Ma forse era stato solo un sogno nella notte solitaria di un autista di camion.

“Certe notti sei solo più allegro, più ingordo, più ingenuo e coglione che puoi. Quelle notti son proprio quel vizio che non voglio smettere, smettere, mai. Certe notti qui, certe notti qui, certe notti qui.”




domenica 27 agosto 2017

Rano

<Rano! Rano! Rano!> Il soprannome lo aveva perseguitato per tutte le prime classi delle elementari, poi lui si irrobustì, distribuì qualche pugno ben assestato ai più spiritosi e fu lasciato in pace. O meglio, continuarono a chiamarlo “Rano”, ma con simpatia e rispetto, per non farlo arrabbiare. Era un ragazzo dotato di un fisico prestante e di un’intelligenza vivace. Entrava facilmente in simpatia, anche per le sue battute pronte che non risparmiavano nessuno tra i compagni ed i professori, ma gli occhi un po’ sporgenti e la bocca larga lo facevano somigliare ad un batrace, per il divertimento di chi l’incontrava. Divertimento che durava poco, spento da una battuta salace e, ove non bastasse, dalla minaccia di passare alle vie di fatto. Andava bene a scuola e, specialmente nelle materie letterarie, era sempre tra i primi. Il professore lo chiamava spesso vicino alla cattedra per declamare qualche poesia ed, in quei momenti, sembrava che il Rano si trasfigurasse, tanto si immedesimava nei versi che stava leggendo. Era così ispirato da riuscire, in qualche maniera, ad affascinare anche i compagni che rimanevano in silenzio ad ascoltarlo, con grande gioia dell’insegnante. La sua generosità nel passare sottobanco le versioni di latino e nel suggerire sempre quando gli occhi imploranti di qualche disperato sotto interrogazione lo fissavano come l’ultima speranza, gli avevano dato una popolarità che spesso si confondeva con l’affetto. E poi, sapeva ascoltare. A ricreazione i compagni maschi spesso dicevano a lui quello che non avrebbero detto a nessun altro e se avevano qualche problema, o volevano soltanto sfogarsi, erano sicuri di trovare una spalla sempre disponibile ed un vero amico. Le femmine, se possibile, erano ancora più assillanti. Gli riconoscevano una sincerità ed una lealtà rara tra i coetanei dell’altro sesso, e gli confidavano “tutto” aspettando un consiglio che, venendo da un maschio, erano certe non sarebbe stato influenzato da gelosie o invidie.
Ma era brutto.
Le ragazze, dopo averlo ascoltato, e magari ringraziato con un bacetto sulla guancia, si allontanavano da lui per correre appresso ai bellocci della scuola, lasciandolo solo e spesso malinconico. Al Rano mancava l’amore. Il suo cuore traboccava di quel sentimento che sentiva così forte e disperato, ma se non provava mai alcuna paura nell’affrontare qualunque prova la sua giovane vita gli sottoponesse, non si sentiva in grado di proporsi a nessuna ragazza, tanto era certo di venire rifiutato. Era conscio del suo aspetto ed era sicuro di rendere ridicola qualsiasi parola dolce dovesse uscire dalla sua larga bocca e che uno sguardo languido si sarebbe rivelato patetico riflesso nei sui occhi a palla.
In particolare c’era lei: Rossana. Erano compagni dalle elementari, e lui l’amava da allora. Può sembrare esagerato parlare d’amore per un bambino o poi per un ragazzino e quindi per un giovane uomo, ma i sentimenti non hanno età e sono tutti importanti ed intensi per chi li vive. Si erano conosciuti con il grembiulino ed il Rano aveva sentito subito che se lei gli avesse chiesto la merenda, o qualsiasi altra cosa, lui sarebbe stato pronto a sacrificarsi. Di Rossana gli piacevano le prime trecce e dopo la frangetta, le fossette sulle guance e come correva appresso alla palla. Piangeva con lei quando la rimproveravano e gioiva per lei quando gli raccontava qualche storia bella. Erano da sempre amici e lui, avendo il timore di perderla se si fosse spinto troppo in là, era stato costantemente attento a rendersi disponibile, ma con un certo distacco per mascherare la bufera che la vicinanza della ragazza gli scatenava dentro ogni volta che s’incontravano.
Un giorno Rossana gli si avvicinò dopo la scuola, nel tragitto per andare a casa. Sembrava imbarazzata, ansiosa, preoccupata per qualcosa che gli doveva dire, ma che forse non aveva il coraggio di affrontare.
-Senti Cì, è da tanto che ci penso. Noi ci conosciamo da sempre e, tu lo sai, io ho sempre tenuta cara la tua amicizia. Anzi, in tutto questo tempo credo che tra noi sia nato qualcosa che è più grande di una semplice amicizia. Vero?
-Certamente. – Rispose lui. – Tu sai che io per te farei qualsiasi cosa.
Mentre pronunciava queste parole, il cuore del ragazzo faceva le capriole come impazzito. Forse lei si era finalmente accorta del suo sentimento e lo ricambiava. Forse, dopo tanto tempo, la sua pazienza veniva premiata. Forse la forza dell’amore si era sprigionata da lui e aveva travolto le difese della ragazza. Forse lei aveva riconosciuto tutti i piccoli e grandi segnali che Rano le aveva lanciato per farle capire quanto fosse importante per lui. Forse il Dio dell’amore ricompensava in quel momento tutte le pene che aveva sofferto. Forse anche per lui era venuto il tempo delle rose e del miele. Oh, Gesù, forse, forse, forse.
-Lo so, Cì. Anch’io, ed è per questo che ti volevo parlare. Sai Cì, ultimamente mi sta succedendo qualcosa che non mi aspettavo. E’ come se mi sentissi pronta a sbocciare. Fatti conto un fiore che ha vissuto per mesi sotto la neve e che con i primi caldi apre la corolla per ricevere i raggi del sole. Quello di cui parliamo sempre tra amiche, sta succedendo anche a me: provo una sensazione nuova.
-Ti capisco. – Disse Rano, ancora prudente, ma eccitato come non mai.
-Ecco Cì, vedi, non so come dirlo.
-Dimmelo, o non dirmelo, non importa. Lascia che il sentimento fluisca dalle tue labbra e tutte le parole del mondo non avranno più significato di fronte allo splendore di una scheggia d’emozione.
-Vedi Cì, forse l’avrai già capito: sono innamorata.
“Oh, vita meravigliosa! Che il mondo si fermi e s’inchini al miracolo! Io sono pronto ed ho il cuore tra le mani pronto ad offrirlo a lei: Rossana. Oh, Rossana!” Così pensava il Rano, mentre lei faceva una breve pausa per poi riprendere il discorso.
-Sì Cì, finalmente ho trovato l’amore, e tu, intelligente come sei, l’avrai senz’altro già capito.
-Forse, cara. Ma, ti prego, parla. – Lui ormai era sicuro che la ragazza avrebbe pronunciato il suo nome legandosi con una promessa. Sentiva che la sua amata finalmente l’avrebbe ricambiato.
-Ecco Cì, tu sei il mio più caro amico e te lo devo dire: mi sono innamorata di Cristiano. – Il sole si spense ed il tempo, per il giovane, si fermò. Gli calò un velo sugli occhi e la sua anima si ripiegò affranta in fondo, in fondo, sotto lo spesso strato della delusione. Il Rano si era sbagliato, aveva equivocato, non era lui l’oggetto del desiderio di Rossana. Ma d’altronde cosa si aspettava? Era brutto, lo era sempre stato e lo sarebbe stato per sempre. Rossana era bella ed era naturale che s’innamorasse di uno bello come Cristiano. Pazzo! Pazzo e ridicolo a sperare qualcosa d’impossibile. Il suo ruolo era quello dell’amico e si sarebbe dovuto accontentare.
-Ah, bene. E quindi? – Disse lui con la voce strozzata, sperando che la ragazza non s’accorgesse di niente.
-Ti volevo chiedere un favore. – Disse lei. – Cristiano non si decide a dichiararsi, sai che non è uno di molte parole. Vedi Cì, dovresti andare da lui e dirgli che anche se è timido e non vuole parlarmi, almeno mi mandasse un sms o una mail con delle parole carine e poi…da cosa nasce cosa. Non credi, Cì, che così si potrebbe sbloccare la situazione? – Le parole di lei gli arrivarono come dal fondo di una galleria, ovattate e rimbombanti, ma ne colse il senso.
-Certo Rossana, andrò da Cristiano e glielo dirò.
-Grazie, Cì. Sapevo di poter contare su di te. – Certo, tutti potevano contare su di lui, ma i suoi conti non tornavano mai ed a nessuno importava.
Questo Cristiano era un bellimbusto dalla risata facile e dagli scherzi grevi. Era il capitano della squadra di pallacanestro della scuola e non c’era domenica in cui si giocava una partita, che un manipolo di ragazzette non occupasse le gradinate dei Palazzetti per incitarlo con il loro tifo adorante. Il “pavone” ovviamente faceva la ruota collezionando amorazzi tanto numerosi quanto fugaci. Il Rano non capiva come una ragazza intelligente e sensibile come la sua Rossana, potesse aver perso la testa per un simile stolido manzo. Ma tant’era, ed avendo preso con lei un preciso impegno, fece in modo di trovare un momento nel quale Cristiano fosse solo per potergli parlare.
-Ciao bello!
-Oh Rano, che vuoi?
-Ho un’ambasciata per te.
-Un’ambasciata? Che vuol dire?
-Vabbè, ti devo dì ‘na cosa.
-Cosa?
-C’è una che ti batte i pezzi e vorrebbe che ti facessi avanti.
-Ancoraaa? Dille di mettersi in fila, alla pischella.
-No, ascolta. Lei è una tipa speciale. Che ti costa? Mandale un messaggio o una mail dicendo che l’hai notata e vorresti uscire con lei. Poi vedrai tu come comportarti. – Cristiano ci pensò un po’ su, ma poi la vanità vinse la pigrizia e disse:
-Uhmmm, d’accordo. Posso mandare un sms con scritto: “Vediamoci.” – Al Rano ribolliva il sangue: quel cerebroleso non era degno dell’attenzione di Rossana, e lei, se era vero che si era innamorata, non meritava di essere trattata come una delle tante. Ancora una volta decise di sacrificarsi per far felice la sua amata.
-Senti Cristiano, se le scrivi così, certamente non la colpisci. Lei è una ragazza romantica e vuole sentire parole che significhino qualcosa. Devi sforzarti un po’ di più.
-Ahò, non mi va’. E poi io non so scrivere, non sono capace.
-Non ti preoccupare, - disse il Rano – per questo ti posso aiutare. Ti preparo il testo di qualche mail che copierai sulla tua casella di posta per poi mandarle a Rossana, così lei ti apprezzerà e tu la conquisterai definitivamente. D’accordo?
-Se lo dici tu…
Per il Rano era un compito facilissimo. Nelle mail riversò tutto il suo sentimento e la sua sensibilità. S’immedesimò nell’oggetto dell’amore di Rossana e, con le parole, la prese per mano facendola volare per i cieli dell’immaginazione dove s’incontrano i destini degli amanti. Lui scrisse, e Cristiano firmò, quelle missive elettroniche che vennero ricevute dalla ragazza come la prova che l’amore puro e totalizzante del quale aveva letto nei romanzi rosa esisteva veramente e che lei ne era finalmente la protagonista.
Andò avanti per qualche tempo, finché i due giovani non si dettero un appuntamento. Il Rano ne era al corrente ed il giorno dopo andò da Cristiano per sapere come fosse andata.
-Male. – Disse il ragazzo. – Ci siamo visti, Rossana ha cominciato a parlare ripetendomi le frasi delle mail, io mi sono sentito in imbarazzo perché non sapevo cosa dire e l’ho piantata lì. Me ne sono andato inventando una scusa.
-Non è possibile! – Rispose l’altro. – Non la puoi trattare così. Adesso vado a casa ed, a nome tuo, le scrivo subito un’altra mail per metterci una pezza. - Il Rano era quasi offeso per interposta persona ed immaginava la delusione di Rossana. Il suo amore per lei era tanto grande che soffriva nel pensarla amareggiata e voleva almeno far uscire di scena Cristiano nella maniera più dignitosa.
Si precipitò al suo computer e, dopo aver impostato l’indirizzo della ragazza, cominciò a scrivere inventando una storia che, in qualche modo, potesse giustificare la fuga di Cristiano. Come al solito l’avrebbe firmata col nome dell’amico sperando così che lei non ci rimanesse troppo male. Era assorto nella creazione quando sentì bussare alla porta della sua stanza.
-Tu? Cosa ci fai qui? – Il Rano rimase stupefatto nel vedere Rossana che era andata a trovarlo. Per la sorpresa alzò le dita dalla tastiera del pc senza pensare di spengerlo.
-Cì, non sai cosa è successo. Ero all’appuntamento con Cristiano quando… - In quel momento Rossana notò il monitor del computer sul quale spiccava la mail indirizzata a lei, e capì.
-Tu, sei stato tu, Cì? Le hai scritte tutte tu quelle bellissime mail firmate da quell’altro? Ma perché l’hai fatto?
-Non capisci, Rossana? Per me è stato come parlarti per la prima volta a cuore aperto. Ho potuto dirti che ti amavo senza la paura di essere ridicolo e senza crearti l’imbarazzo di dovermi rifiutare.
-Cì, Rano, ma io la tua dichiarazione l’aspettavo da tanto tempo. Anche la tresca con Cristiano l’avevo montata per ingelosirti e darti coraggio. Finalmente ci sono riuscita.
Cirano e Rossana, contrariamente ai loro omonimi letterari, cominciarono la loro storia suggellando il patto d’amore con un bacio che, come si sa, altro non è che una chiocciola rosa tra le parole “amo@te.”




giovedì 3 agosto 2017

Piero Angela

Piero Angela mi mette a disagio. Con quell’aria tra il professore di matematica ed il colonnello sabaudo, ogni volta che lo guardo sembra quasi che mi rimproveri per non aver fatto i compiti o per le scarpe non lustrate a specchio. Tratta ogni argomento con una levità distaccata, come ad intendere che qualsiasi cosa si può prendere in considerazione, ma per lui sono solo quisquilie in relazione al livello in cui vive, dove la materialità è sublimata in una forma di eterea e panteistica saggezza cosmica. A volte, raramente e con rispetto parlando, scivola nella pedanteria, ma lui può permetterselo come un vecchio asceta che si sforzi vanamente di indottrinare degli allievi scapocchioni. Naturalmente non mi azzardo a cambiare canale e solo una lieve intermittente “cecagna” mi è d’aiuto con brevi, malcelati, pisolini nel tirare fino alla fine di un “Super Quark” senza cedere alla tentazione dell’abbandono. L’eminente giornalista è uso contornarsi di una congrega di collaboratori che forse esistono solo sui titoli di coda o sono defunti da molto tempo, visto che appaiono unicamente nelle trasmissioni del loro Guru. I nomi di questi inviati sono chiaramente frutto della fantasia del deus ex machina del programma, che si vuol velare di una democraticità fittizia, mentre probabilmente è solo lui che, uno e plurimo, tira le fila delle varie puntate. Giangi Poli: non esiste, chi l’ha mai incontrato a una riunione di condominio o dal barbiere? Paco Lanciano: improbabile, col nome di un peones messicano ed il cognome di una periferia. Lorenzo Pinna: ogni tanto si fa vedere, ma non si è mai presentato: sospetto.
Qualche sera fa, il Gandalf di RAI 1, con un sorrisetto velatamente sadico, ha portato in studio un grande mappamondo sezionato per mostrarne l’interno. Ha messo in evidenza, supportato e mai contradetto dal sedicente esperto di turno, come la nostra beneamata Terra assomigli a un arancino siciliano. La panatura corrisponde alla crosta terrestre, la parte del riso sono rocce in movimento e la mozzarella filante è il nucleo centrale. (Il paragone gastronomico è mio, mi scuso per la volgarità non confacente a cotanta rubrica). Questo nocciolo magmatico pare sia composto da un materiale fluido ed incandescente a circa seimila gradi centigradi che mette in movimento tutta la massa che lo contorna, fino a sfociare in superfice nelle manifestazioni vulcaniche o nei terremoti. Angela ha posizionato, come in un puzzle che non combacia, le varie placche continentali con le relative faglie di scorrimento, annunciando serafico che lo sfregamento di quei tasselloni provocherà l’armageddon e che noi, ovviamente, non possiamo farci niente. Lo sapevamo o l’avremmo potuto supporre. Siamo consci e consapevoli della nostra inanità di fronte alla forza della natura, ma ricordarcelo dopo cena, a cosa serve? Forse a farci andare a letto pensando che sotto ai nostri piedi c’è una specie di perenne barbecue in attesa di fare di noi salcicce; oppure a distoglierci dallo schiacciare quella fila di formiche vicine al tavolo della cucina che, in fondo, nell’ordine del creato hanno la nostra stessa, identica, rilevanza?

 L’aria sulla quarta corda di Bach, con i titoli di coda, consente finalmente di cambiare canale. Un sano Vanzina d’evasione, da qualche parte, lo si trova.

domenica 30 luglio 2017

Ali per volare

Lei non voleva la favola, voleva la follia. Un bar downtown con troppo fumo e la musica che rimbombava nelle orecchie. Non era un posto per signore, ma lei non si sentiva una signora, specialmente in quel momento. Si era elegantemente tolta un bell’anello dall’anulare e l’aveva ridato ad un ragazzo che aveva tutto per renderla felice. Almeno così diceva sua madre andando perfettamente in sintonia con la parte razionale del cervello della ragazza.  In quel momento doveva vincere sul ragionamento e sapeva di poter contare su un unico alleato che in poche sorsate avrebbe l’avrebbe rimessa in sintonia con il suo io profondo. Le promesse erano le solite: casa, bambini, sicurezza economica. E tanta rassegnazione. Ma non faceva per lei, almeno fino a quando si fosse sentita in grado di governare la sua vita e le fosse rimasta la speranza di far spuntare quelle ali che sentiva di avere sottopelle dietro la schiena.

Un tizio, anzi decisamente un amico, che forse aveva incontrato in quello stesso locale, gli aveva diagnosticato con precisione il suo male. Era una patologia senza virus o batteri, ma non per questo meno invalidante. Quel tipo, che non ricordava esattamente chi fosse, dopo una breve conversazione, aveva buttato lì una sentenza che, chissà se per intuizione o casualità, aveva centrato quello che lui sentiva ma non aveva mai ammesso neanche con se stesso.
-Sei condizionato dai legami che ti sei stretto intorno da solo. - Gli aveva detto. – Le responsabilità del lavoro, ma soprattutto il carico degli affetti, ti frenano. Rifletti: quanto tempo ti resta ancora per seguire i tuoi sogni?
-Non si può avere tutto. – Aveva risposto. – E io sono contento di rinunciare a una parte di vita immaginaria per quello che ho. Mi sento fortunato nel sentirmi importante per qualcuno e le fantasticherie di libertà le lascio alle ore notturne ed al fondo dei bicchieri. – Ma forse quelle parole erano solo un alibi per la sua mancanza di coraggio.

I due si guardarono da una parte all’altra del bancone del bar.   




sabato 22 luglio 2017

Il giorno prima d'incontrarti

Credo di essere uscito di casa verso le otto e mezzo per andare al lavoro. Poi mi sono seduto alla scrivania ed ho acceso il computer. Mi aspettavano mille mail e relazioni da evadere. Scrissi a lungo e poi spensi tutto per andare a pranzo.

Il giorno prima d’incontrarti.

Poi ripresi a fare quello che dovevo, come al solito. Alle sei mi alzai e chiusi tutte le cartelle aperte. Lo schermo del pc svanì nascondendo i problemi lasciati per il giorno dopo e mi infilai il giaccone per tornare a casa.

Il giorno prima d’incontrarti.

Una rapida cena, due uova o qualcosa di simile. Il vino versato nel bicchiere che sembrava valere sempre meno di quello che l’avevo pagato, in compagnia di quel crampo allo stomaco che non passava neanche con una falsa promessa di tranquillità.

Il giorno prima d’incontrarti.

Un po’ di televisione e la lettura svogliata di un libro comprato mesi prima che non aveva il potere di distrarmi. A letto, sapendo di dover combattere l’ultima battaglia del giorno contro il sonno che non voleva portarmi via con sé.

Il giorno prima d’incontrarti.

E quindi: la notte. I demoni e le care presenze di tanti anni prima, follie di colori mischiati in un magma sul quale galleggiavo come una barca in balia di frustrazioni mal digerite e di venti di speranza che non sapevo governare.

Il giorno prima d’incontrarti.

Poi tutto questo è tornato ed io ho ripreso in mano la mia vita seduto alla stessa scrivania. Il vino non sa di niente come al solito ed il sonno è sempre il nemico della sera. Ai sogni si aggiungono i ricordi ed un sordo dolore mi strappa una lacrima quando meno me l’aspetto.

Il giorno dopo averti perduto.


sabato 15 luglio 2017

Tarzan, o dovrei dire Wilma?

Che Tarzan fosse gay, nella giungla, lo sapevano tutti. Conviveva ormai da tempo con uno scimpanzé maschio di pelo fulvo di nome “Chita” dal quale si separava raramente. Peraltro, tra gli animali della foresta, non era neanche un caso isolato. I babbuini, ad esempio, sono famosi per il loro insaziabile appetito sessuale che sfogano con qualsiasi altro componente del loro branco senza andare tanto per il sottile tra il dare e l’avere, se così si può dire. Pure i bonobi, primati anch’essi, usano il sesso per far pace tra loro e poi giacere con un bonobo o una bonoba indifferentemente. Addirittura i maestosi leoni spesso lasciano i compiti virili, come la caccia o la protezione del gruppo, alle leonesse e si raggruppano in clan di soli maschi dediti all’ozio ed ad altre attività, compreso il sesso. Quindi la preferenza sessuale di quella strana scimmia senza peli non faceva di certo scalpore. Bisogna anche dire che, essendo l’unico esemplare della razza umana presente in quella zona della foresta, Tarzan non aveva mai saputo che esistessero anche i suoi corrispettivi al femminile e per lui Chita era il massimo della “liaison amoureuse” desiderabile. Lo scimpanzé era dolce, affettuoso e teneva in ordine la tana sull’albero, anche se a volte dava di matto, ed in quei casi bisognava lasciarlo stare. Il buon selvaggio lo sopportava, anche se spesso sbuffava ed era tentato di rompere il rapporto, ma ormai stavano insieme da tanto tempo ed, al di là di qualche occasionale bisticcio, formavano una coppia affiatata e riconosciuta da tutti. A proposito, Tarzan è un nome che venne dato all’uomo successivamente, ma in origine, forse riprendendo il verso di quegli urletti che lanciava ogni tanto, gli altri animali lo chiamavano “Uiiii-llmaaaa” che, per brevità, trascriveremo in “Wilma”.
La vita della coppia trascorreva serena e mentre Chita si dedicava ad esperimenti di “tricoterie” con un filato di liana dapprima masticato e poi abilmente intrecciato, Wilma sfogava la sua creatività preparando manicaretti a base di una “concassé” di vegetali spolverata da una granella di insetti vari che era un vero “bijoux”. La comunicazione fra i due avveniva a versi e gesti, ma spesso nascevano delle incomprensioni che poi erano superate grazie alla loro grande affinità elettiva di amorosi sensi. La ritrovata armonia veniva spesso festeggiata scatenandosi in un ballo tipo “zumba despacito” e poi, una volta caduti a terra stremati, con reciproci peeling delle rispettive zecche e pulci.
Un giorno la routine della foresta fu sconvolta da un caos assolutamente inaspettato e, per molti, spaventoso. Una mandria di strane bestie, rumorosa ed invadente, penetrò la sempiterna cattedrale di verde sradicando la vegetazione al suo passaggio e mettendo in fuga gli animali che mai prima d’allora avevano visto niente di simile. Dal suo rifugio sull’albero, anche Wilma scorse la strana invasione e quale fu il suo stupore nell’accorgersi che molti dei soggetti di quel branco sembrava avessero una certa somiglianza con se medesimo. Qualche volta si era specchiato in un laghetto e si era sempre allontanato da quell’immagine con tristezza poiché non ritrovava niente di simile in tutti gli altri componenti del suo habitat usuale, ma adesso era certo di vedere qualcosa di familiare tra i nuovi arrivati. Gli invasori, urlando e sbraitando in uno strano idioma, occuparono la radura tra i baobab con una quantità di oggetti rumorosi e luminosi come magici fuochi senza fiamme. Il capo branco era un giovane maschio riccioluto dalla voce stentorea e con una mimica vivace. Anche lui doveva possedere una sessualità incerta o omnicomprensiva, visto che dai compagni veniva interpellato con due nomi di genere differente. Spesso lo chiamavano “Angela”, e quindi si sarebbe supposto femmina, ma rispondeva anche quando veniva interpellato come “Alberto”, facendo pensare il contrario.
Un animale del branco degli invasori improvvisamente urlò:
-Silenzio…3,2,1…La Foresta Questa Sconosciuta…Prima…CIAK! – A quel punto il tipo chiamato Angela, parlando in una specie di banana tutta nera, attaccò:
-Buonasera. Vi siete mai chiesti, cari telespettatori, cosa mangia l’armadillo pezzato e come si riproducono le libellule giganti? Perché il rinoceronte, a volte, fissa l’orizzonte come fosse assente senza accorgersi dell’uccello pingitore che gli strappa i peli delle orecchie? E come mai la rana toro non si ecciti vedendo i tulipani rossi? Ecco, a queste ed ad altre domande altrettanto interessanti e di stretta attualità daremo un vasta spiegazione durante le tre ore di durata di questo programma. – L’uomo continuò a parlare per molto tempo, mentre dalle fronde degli alberi e dai cespugli attorno, tutta una variegata fauna seguiva stupita ed affascinata lo spettacolo. Era lo stesso, identico, atteggiamento degli utenti davanti agli schermi televisivi, ma questo gli animali non lo sapevano.
-Dopo questa breve introduzione – proseguì il presentatore ormai con la gola secca dopo aver parlato per cinquantatré minuti – lascio il microfono alla collega Jane che vi stupirà rivelandovi il trucco adottato dallo scarafaggio stercorario per rendere perfettamente sferiche le palline di m…fango. – A momenti Wilma cadeva dall’albero. Da lassù aveva visto un’apparizione inaspettata e sconvolgente. Una creatura bellissima e piena di grazia e leggiadria che in confronto i cigni perdevano in eleganza, per non parlare di quella buzzurra di Chita. Il cuore gli balzo nel petto ed una sensazione strana ed inebriante si impossessò di lui come quella volta che si scolò il succo fermentato di dieci noci di cocco. Anzi, di più, molto di più. Doveva assolutamente vedere da vicino quella meravigliosa femmina, si capiva che fosse tale, e magari toccarla. Avventatamente decise di catapultarsi sul terreno e ghermire quella preda ambitissima e poi portarla via con se. Di slancio afferrò la liana più vicina e cominciò a dondolarsi, poi, presa la spinta, si lanciò da un tralcio all’altro per raggiungere l’obiettivo. Mentre si librava tra gli alberi, gli parve carino avvisare e presentarsi urlando il suo nome: “UIIILLLMAAAA!!!!”. La troupe si spaventò e, guardandosi attorno, si avvide del selvaggio in avvicinamento.
-Tarzan! – Gridarono le persone indicandolo. Infatti era stato immediato associare la figura di quel nerboruto indigeno con il personaggio letterario conosciuto da tutti. Wilma cadde esattamente ai piedi di Jane e, con grandi gesti cercò di far capire alla donna come fosse realmente interessato ad approfondire la loro conoscenza. Lei lo guardò con occhi languidi e gli disse:
Oh, Tarzan. – Wilma non capiva a chi si rivolgesse, ma stava guardando lui. – Finalmente un vero uomo! – Era una serie di equivoci che andavano presto chiariti. Battendosi sul petto, l’uomo articolò:
-Wilma!
-Si, Tarzan, capisco il tuo verso. Ma tu sei Tarzan, vero? – Siccome è risaputo che nel momento del corteggiamento l’uomo direbbe qualsiasi cosa per compiacere la compagna, Wilma rinnegò il suo nome e rispose:
-Umm, Umm! Io Tarzan, tu Jane. – La troupe scoppiò in un appaluso mentre Alberto Angela contattava, via telefono satellitare, gli uffici di viale Mazzini con la proposta di una nuova serie in dodici puntate intitolata: “Il ritorno di Tarzan, l’uomo scimmia.”

Chita vide tutto e giurò solennemente che non si sarebbe messa mai più con un uomo. E se non avesse mantenuto la promessa, che…gli shatush gli venissero per sempre sbiaditi!

martedì 4 luglio 2017

Joshua Logan

Nei primi giorni d’aprile dell’anno del signore 1567, col sorgere del sole, un brigantino armato per una lunga traversata lasciò il porto di Southampton prendendo il mare aperto. Il vento era debole ed il trinchetto e la maestra si gonfiavano a tratti, solo il necessario per spingere avanti la nave. Sul cassero, in piedi, Joshua Logan scrutava la vastità dell’oceano che, spaventoso ed ignoto, appariva calmo e sornione come un gigantesco ondeggiante sudario pronto ad accogliere le velleità dei pazzi che osavano provocarlo. Il capitano era un marinaio di lungo corso ed i sette mari erano stati i suoi compagni fin dalla giovinezza. Una presenza fonte di vita e di morte, consolatrice nelle notti d’estate e nemica durante i fortunali, un rilucente specchio di mille illusioni ed un inferno di gorghi senza fondo e di montagne d’acqua. La paura, l’angoscia, il senso d’impotenza di fronte alla forza della natura, le privazioni di cibo e la solitudine durante gli interminabili viaggi, avevano precocemente incanutito la lunga barba ed i capelli dell’uomo, mentre il cuoio della sua pelle rifletteva la corazza avvolta intorno alla sua anima. Tutto il tempo, gli anni, passati lontano dalla civiltà con la sola compagnia di un manipolo di marinai spesso raccolti tra la feccia dei porti, avevano forgiato il suo carattere dandogli la capacità di comandare, ma togliendogli, ad una ad una, ogni illusione sull’animo umano. Aveva visto i più abietti istinti animaleschi manifestarsi nelle occasioni di pericolo o nella lotta per sopravvivere. Mai una forma di compassione aveva mosso un individuo verso l’altro, se questo significava andare contro il proprio egoismo, e solo nei momenti di tranquillità quelli che chiamava i suoi uomini si dimostravano diversi dagli animali più feroci. A terra una imbiancata di civiltà frenava i comportamenti ribelli, ma a bordo solo il pugno di ferro del comandante poteva far convivere chi era scampato alla forca od i fuggiaschi con l’anima più nera della pece.
La nave trasportava mercanzia varia da una sponda all’altra dell’oceano fermandosi nei porti della costa del nuovo mondo dove i coloni europei stavano costruendo città sempre più grandi. Le Americhe erano ricche di ogni ben di Dio derivante dalla lussureggiante natura dei suoi territori, ma i regnanti europei volevano l’oro strappato agli indigeni e per questo barili di perline e specchietti riempivano le stive dei bastimenti come merce da barattare in cambio del prezioso metallo. A volte le pepite ed i gioielli arrivavano in Europa sporchi del sangue di chi non aveva voluto farsi ingannare, ma questo non importava minimamente ai cristiani committenti.
Poteva capitare che qualche gentiluomo chiedesse un passaggio sui mercantili, magari perché aveva l’urgenza di partire, ed in questi casi una piccola cabina veniva approntata vicino a quella del capitano. Così successe in quel viaggio, ed il sacchetto di sovrane d’oro consegnato nelle mani di Joshua Logan compensò abbondantemente il fastidio di avere un ospite a bordo. Il passeggero era un giovane distinto, forse nobile, che non desiderava rivelare la sua identità. Durante tutto il viaggio rimase chiuso nel suo alloggio, uscendo solo per prendere i pasti insieme agli ufficiali, ma senza concedere alcuna confidenza. Al comandate sembrava un paino azzimato ed in cuor suo lo disprezzava considerandolo un debole protetto solo dai suoi privilegi nei confronti di un mondo feroce che, senza lo scudo dei suoi natali, l’avrebbe sopraffatto in un baleno. Ma, siccome aveva pagato, lo sopportò per tutto il viaggio fino a destinazione.
Dopo più di due mesi per mare, il vascello arrivo nella Baia di Chesapeake e qui si ormeggiò per concludere i suoi traffici. La sosta prevista era di una settimana ed, allo scadere del tempo, la ciurma al completo si ritrovò a bordo. Doveva risalire anche il passeggero, ma di lui non si avevano più notizie. Il capitano decise di aspettarlo ancora un giorno e mandò due dell’equipaggio a cercarlo nelle bettole del porto o nelle locande dove donne accoglienti facevano dimenticare la misura del tempo ad uomini distanti dalle loro famiglie. I marinai non riuscirono a trovare il gentiluomo e neanche ebbero alcuna informazione su dove potesse essere finito, e lo riferirono al capitano. Logan, con una magnanimità che non sapeva neanche lui di avere, aspettò ancora un giorno, ma poi, abbandonando l’uccellino implume al suo destino, all’alba successiva dette l’ordine di salpare.
Trascorsi i primi giorni della traversata di ritorno, nei quali fu occupato a stabilizzare la rotta ed a redigere l’inventario di carico per il giornale di bordo, il capitano volle entrare nella cabina del passeggero. Intendeva frugare tra gli effetti personali del gentiluomo per capire chi realmente fosse ed avere qualche indicazione per avvertire, una volta giunti in porto, i familiari che forse l’attendevano. Il marinaio non aveva nessuna paura ad ammettere di aver levato le ancore senza aspettare, il codice della navigazione gli dava questa facoltà. Anzi, gli imponeva di aver cura innanzi tutto del buon esito del viaggio, compresa la puntualità negli spostamenti, anche se questo avesse comportato trascurare gli interessi o le necessità di qualsiasi persona fosse imbarcata sul veliero. E poi, pensava Logan, se quel disgraziato fosse stato tanto abile o fortunato di non farsi vincere dalle mille insidie del nuovo mondo e dei suoi abitanti, avrebbe potuto rimediare un passaggio su di un bastimento successivo. Guardò quindi nel baule ai piedi del letto dove erano stipati vestiti ed oggetti personali. Con un sorriso di scherno e di superiorità, tirò fuori abiti dai colori sgargianti, camicie ornate di trine ed una serie di orpelli che l’uomo di mare aveva visto solamente in qualche ricevimento di gala. Joshua pensava che quei vestiti denotavano tutta la decadenza di personaggi buoni solo a vivere sulle spalle di chi, come lui, affrontava la vita nella sua cruda realtà. Al capitano scappò addirittura una sonora risata immaginando il damerino, tremante, alle prese con una di quelle tempeste nelle quali si trovava spesso a sguazzare fiero ed impavido.  Continuò a rovistare e finalmente trovò un diario con la copertina in marocchino rosso con sopra impressa una frase in latino: “Amor vincit omnia” e, ancora una volta, sogghignò. Lo aprì e cominciò a leggere. “Mia cara, scriverò su queste pagine ogni giorno con l’illusione di averti vicino e di parlarti. Tu sai quanto mi è costato partire, ma non avrei potuto sottrarmi al tuo desiderio più grande. La malattia ti sta togliendo tanto e l’unico modo per me di aiutarti è nell’alleviare, per quanto io possa, almeno qualcuna delle tante pene che ti affliggono. Quando esprimesti la volontà di riabbracciare nostro figlio partito verso le Americhe e del quale non avevamo più notizie, feci mia la missione di ritrovarlo, ad ogni costo. Conosci le mie paure, il terrore che ho del mare, la debolezza del mio fisico che tante volte mi ha reso inferiore ai miei coetanei. Il dottore che l’ultima volta che ti visitò, guardò anche me, mi diede alcune pozioni e fece mille raccomandazioni che, di fronte al compito che m’attendeva, dimenticai in fretta. Non mi importa di rischiare la salute o peggio, saprò soffocare ogni ansia e mi illuderò di essere, almeno per questa volta, degno di compiacerti. Troverò il nostro ragazzo e per farlo m’inventerò quello che non m’appartiene. Mi ispirerò al tuo coraggio e lo farò mio, negherò i miei limiti e scherzerò coi demoni della mia pavidità e ti prometto di portare a termine il compito dettato dal tuo e dal mio amore. Ci riuscirò, vedrai, e se così non fosse avrò comunque pagato il prezzo della felicità di averti avuto accanto a me.”
Il capitano non si aspettava di trovare, in poche righe, il racconto di una vita e soprattutto il ritratto di una persona del tutto differente da come l’aveva giudicata. Si rese conto che l’uomo dimostrava una forza d’animo inimmaginabile. Il coraggio non è affrontare con sventatezza i pericoli o non provare la paura, al contrario il vero coraggio sta nel vincere le proprie paure e rischiare disinteressatamente per amore o per un ideale. Logan si pentì di aver giudicato basandosi sulle apparenze. Sotto l’aspetto di un personaggio insignificante si celava un vero uomo, se essere uomini significa vivere dando un senso alla propria esistenza che vada oltre la soddisfazione dei bisogni contingenti. Continuò a sfogliare le pagine del diario e, mentre approfondiva la conoscenza del passeggero, nel contempo rimetteva in discussione anche se stesso. Per le vicissitudini della vita, il capitano aveva avuto raramente l’occasione di parlare con qualcuno che non si vergognasse delle proprie debolezze e che traesse la forza dal sentimento e non dai muscoli. Capì che la domanda che, nelle notti in coperta, spesso si poneva sul significato della propria vita come guardiano di un manipolo di disperati, era mal posta poiché altro è il destino di ogni essere umano. Rifletté, Logan, rifletté a lungo.
Un giorno, a metà navigazione, il nostromo andò dal comandante a riferire che l’addetto alla cambusa aveva aperto il barile del rum e si era ubriacato. Questo, a bordo, era un delitto abbastanza grave. Il liquore era un diritto di tutti ed era concesso a razioni ben definite e solo su indicazione del capitano. Bere alla spalle degli altri era un furto particolarmente odioso ed estremamente malvisto dal resto della ciurma. La punizione, secondo consuetudine, doveva comportare cinquanta scudisciate legati all’albero di maestra. Logan chiamò il marinaio colpevole e, già contravvenendo agli usi, ascoltò le ragioni che indusse a sua discolpa. Venne fuori una storia di nostalgia della famiglia lontana e di disperazione per un amore che forse il disgraziato non avrebbe più ritrovato. Balle, pensò Logan, ma influenzato dal diario del gentiluomo, volle vedere un’anima sofferente sotto la brutalità del cambusiere. Per quella volta lo graziò.

La ciurma non la prese bene e quella notte stessa il capitano Joshua Logan fu ucciso nella sua cuccetta con un largo squarcio che gli aprì la gola da un orecchio all’altro.